Calcio, dai marciapiedi all’algoritmo: il dato è tratto (forse)
Nel "L'angolo del Beck”, Roberto Beccantini racconta l’arrivo di Damien Comollì alla Juventus: tra algoritmi e nostalgie di pallone, il calcio che un tempo fiutava talenti oggi li calcola.
photo created by AIIn bilico tra intelligenza artificiale e ignoranza artificiosa, e a rimorchio di statistici spacciati per statisti, Damien Comollì, francese di 52 anni, amministratore delegato di freschissima nomina, ha travasato tutto il suo sapere nella Juventus. Parola d’ordine, algoritmo. Ultima delle penultime frontiere. Un vaso di Pandora, un pozzo dal fondo del quale rimbalza di tutto. Ne ha discusso la settimana scorsa a Londra, nell’ambito di «Hudl Performance Insights», conferenza esclusiva sull’uso (e abuso?) di quei numeri che, secondo Gregg Easterbrook, giornalista e scrittore made in Usa, «torturati abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa». A Roma direbbero: sticazzi.
Testuale, dalla «Gazzetta dello Sport» del 15 novembre: «Se i club mi chiedono di guidarli è perché vogliono che la mia cultura sia la loro». Non pago: «Se fai la stessa cosa che facevano prima, qualcosa non va». Più chiaro di così. Non è un novizio, e la lista, dal Como al Milan, è fitta. Ha lavorato a Saint-Etienne, al Tottenham, per il Liverpool, in Turchia (Fenerbahçe), a Tolosa. Con risultati altalenanti. Insomma: uno stratega del computer, se non un computer di strategie.
Il giudizio del campo, d’accordo, ma dopo aver passato i candidati al setaccio delle cifre. Per scegliere darwinianamente i più adatti; per prevenire gli infortuni; per migliorare il rendimento. A tavolino, in un’atmosfera cagliostresca, con pochi «se» e pochissimi «ma». E’ il progresso, bellezza. Sarà. Per noi ragazzi del Novecento, un graffio alla memoria.
La carriera di Alessandro Del Piero cominciò il 10 novembre del 1987, a 13 anni, su un campetto del trevigiano, durante Orsago-San Vendemiano, partita valida per il campionato provinciale giovanissimi. C’era un tipo, Vittorio Scantamburlo, che lo scrutò e ne colse le voglie. Lavorava per il Padova: osservatore. Erano tempi in cui si parlava di ritmi e non di algoritmi; e per scovare un talento bisognava dragare gli oratori, non giocare al piccolo Einstein alla consolle.
«Ho sempre pensato una cosa: solo chi sa giocare bene, può anche giocare male, mai il contrario», disse Luciano Moggi. Lui, che captò per primo la fragilità virtuosa di Paolo Rossi e scoprì Gianfranco Zola allorché militava nella Torres: «Mi colpì al di là della prestazione, non esattamente straordinaria. Che destro; e che personalità».
In teoria, l’informatica e la tecnologia dovrebbero agevolare il reclutamento: a patto di non tralasciare il rapporto fisico, l’effetto-erba. Un altro che batteva i marciapiedi era Walter Sabatini. Comollì appartiene alla generazione dei «futuristi». Si narra che, la scorsa estate, chiese a Gian Piero Gasperini, uno dei papabili alla panchina juventina, che razza di gioco avesse in mente. L’Ego di Bergamo, spiazzato, lo «bannò» in diretta. Voluto da John Elkann, l’uomo di Béziers ritiene che il calcio sia noioso: «Leggo solo articoli scientifici». Per una Signora di 128 anni, non proprio la dichiarazione d’amore che sognava.
Il dato è tratto. Forse.
