Ridateci Collina

Ridateci Collina

Quasi nessuna squadra della nostra serie A si ritiene esente da danni arbitrali e la contestazione si propone con varianti, come il Covid. Come per il maledetto virus sembra che per errori ed omissioni i direttori d’orchestra, con il fischietto e i cartellini bicolori in tasca, lascino intendere di dover affrontare un futuro di nuove ondate. Per dirne una, ha senso introdurre sempre nuovi criteri di valutazione dei falli, in particolare dei più gravi, da espulsione, e i più determinanti, da rigore? Sono troppo larghi i margini d’interpretazione e in buona misura poco comprensibili, perciò incompresi: è frenetica la velocità di aggiornamento, peggio, di modifiche sostanziali ravvicinate, motivo di rabbiose, spesso giustificate, reazioni di calciatori, allenatori, tifosi.

Le interpreta e le commenta con fiumi di parole il giornalismo sportivo che spende molto sul tema. Fatto sta che risulta difficile il giudizio su un fallo di espulsione ridimensionato a cartellino giallo. Non meno sulla stramba minaccia del fischietto di turno, che accompagna l’errore della sanzione con l’avvertimento “Se ne fai un altro (fallo) ti mando fuori”: chiara contraddizione in termini. Un fallo da espulsione va punito con il ‘rosso’, perché rinviarlo a un secondo di pari gravità?

E perché il signor ‘X’ della sezione ‘Y’ ritiene fallo grave ‘Z’ e lo punisce severamente, mentre mister ‘J’ glissa su interventi identici? L’atterramento in area è rigore comunque o solo se la spinta, lo sgambetto sono ‘brutali’? Colpire il pallone in area con un braccio, una mano, merita il penalty se l’arto è lontano dal corpo e invece è assolto se ‘attaccato al corpo’, ebbene, chiunque si è confrontato con il gioco del pallone, sa bene che per chi difendere nella propria in mischia non è per nulla facile mantenere una postura ‘normale’.

Può accadere che il contrasto con uno o più avversari, provochi movimenti scomposti per non perdere l’equilibrio, che ci si aiuti con le braccia fuori controllo. Rigore o assoluzione? Un comma a sé lo merita il caos di regole e prescrizioni non condivise dall’intero mondo del pallone, la varietà dei canoni di giudizio a Londra, Berlino, Parigi, Roma, Pechino.

Unificarli eviterebbe le crisi isteriche del tifoso che segue la squadra in un Paese dove vige un codice arbitrale ‘altro’ e le dotte lamentele del giornalismo ‘amico’. Indecente, a volte, è l’uso dell’innovativo marchingegno detto Var. Può essere un prezioso correttivo di decisioni arbitrali errate, ma contemporaneamente lo strumento letto dal ‘fischietto’ in malafede, per legittimare un errore grave o addirittura per favorire una squadra, evento tutt’altro che fantasioso.

Aveva ragione il radiocronista di Bologna-Napoli, che ieri sera ha ‘beccato’ più volte il signor Marinelli di Tivoli, arbitro di Bologna-Napoli, per non aver punito più volte falli da giallo subiti da giocatori azzurri? Su un errore si può glassare, da cinque o più ‘disattenzioni nasce il sospetto di incapacità o peggio di…non chiara ostilità. Incontestabile commento: vittorie e sconfitte, scudetti e retrocessioni sono anche in balia di arbitraggi contestati a ragione. Che problema!

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