Suazo, il re dei rigori e della fantasia nel nome di Diego
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin ritrova in David Suazo un’eco del calcio di Diego: velocità, gioia e perfezione dagli undici metri. Tra memoria personale e letteratura del pallone, la “Pantera Nera” diventa simbolo di un talento libero e luminoso, capace di unire fantasia e disciplina nel segno di Maradona.

Continuo a sfogliare il mio album dei ricordi, alla ricerca di qualcosa di maradoniano in giocatori che si sono esibiti nel nostro campionato.
Correva, veloce: perché aveva fretta di segnare, di inseguire il pallone e la vita, perché soltanto in questo modo si sentiva veramente felice. Gli avversari non riuscivano a stargli dietro: era come un lampo, era come una freccia scagliata verso il cielo. Nedo Sonetti lo aveva soprannominato “Figlio del vento”: ed era così, per davvero, David Suazo, l’attaccante che sembrava volare su quel prato verde capace di rappresentare una magnifica, abbagliante metafora dell’esistenza.
Arrivò a Cagliari a 19 anni, su consiglio del maestro di football Óscar Tabárez: e fu l’inizio di una lunghissima storia di reti e di passione, durata dal 1999 al 2007. Nato in Honduras nel ‘79, a San Pedro Sula, la città più popolosa, e cuore economico della nazione, dopo la capitale Tegucigalpa, fu il primo honduregno a esibirsi nel nostro campionato: e restano, indelebili, le sue imprese, i suoi gol funambolici, la sua allegria. Con la maglia rossoblù ha disputato 254 partite, mettendo a segno 94 reti, superando, nel 2006, con 22 realizzazioni, il primato di Gigi Riva (21) nella stagione epica e indimenticabile dello scudetto del ‘70, la stagione in cui la Sardegna diventò il centro del mondo, tra orgoglio ed esaltazione.
In quella stessa annata venne eletto miglior straniero del nostro torneo, alla pari del brasiliano Kaká del Milan. Suazo ha poi giocato nell’Inter, nel Benfica, nel Genoa e nel Catania, prima di rientrare nella sua culla calcistica sarda, come osservatore e allenatore delle giovanili. Adesso, si prova come tecnico In Honduras: tentando di trasmettere, con fermezza e grinta, ai suoi giocatori il senso di un amore per la professione, tra felicità e consapevolezza. La letteratura del pallone è stracolma di racconti e di romanzi che hanno come punto di riferimento, tecnico ed esistenziale, il calcio di rigore. Pensiamo a due giganti delle lettere come Peter Handke e Osvaldo Soriano.
Bene: Suazo, personaggio per certi versi letterario, dagli undici metri è stato infallibile, quattordici centri su quattordici. Alla Maradona, insomma. Per i tifosi del Casteddu resterà, sempre e per sempre, la “Pantera Nera”, uno dei giocatori più adorati, un beniamino da rispettare e non dimenticare. Lo ricordo al fianco del mio amico Gianfranco Zola, in una squadra rossoblù, che offriva spettacolo su tutti i campi, strappando anche ai sostenitori avversari applausi e consensi, persino una sottile invidia.
Mio figlio Santiago, tifosissimo del Casteddu, ha conosciuto David a Cagliari nel luglio del 2014, rimanendone favorevolmente impressionato: “Una persona simpatica, gentile, disponibile, uno dei nostri assi più lucenti. È stato un piacere stringergli la mano!”. Nella mia carriera, sono ormai un antico cronista, un fedele “bracconiere di storie e personaggi” nel nome del mio maestro di letteratura Giovanni Arpino, raramente ho avuto modo di ammirare calciatori capaci di mettere insieme qualità e rapidità come il favoloso honduregno: David Suazo era folgore e bellezza, sapeva mettere a segno gol talmente belli da non sembrare nemmeno veri. E poi, rappresentava un punto di riferimento importante per lo spogliatoio: per il suo carattere, per il suo talento, per quel suo non mollare mai, cederci sempre, anche nei momenti di difficoltà. Un giocatore che sapeva, nei momenti di difficoltà, prendere per mano la squadra e portarla al successo.
Per questo appartiene alla storia del Cagliari, una società avvolta dalla magia del mito, una società che si specchia in una perenne, travolgente meraviglia.
