Gignac, l’attaccante che scelse di restare altrove
Nelle Insolite coordinate, Luigi Guelpa racconta André-Pierre Gignac come l’anti-eroe coerente di un calcio che cambia pelle troppo in fretta. Dalla provincia francese a Marsiglia, fino alla scelta controcorrente del Messico, la sua carriera diventa una riflessione su appartenenza e fedeltà più che su trofei. Non l’idea del successo, ma quella, più rara, della coerenza: restare se stessi anche quando si cambia continente

André-Pierre Gignac sta per ritirarsi, dicono. Lo dicono quelli che hanno bisogno di mettere un punto alle frasi lunghe, quelli che credono che il calcio sia una carriera e non una deviazione improvvisa dal resto della vita. Lo dicono adesso che ha quasi quarant’anni e che il suo corpo, ogni tanto, gli presenta il conto con la calligrafia nervosa dei muscoli stanchi. Eppure Gignac non ha mai avuto una sola casa. Ha avuto stadi. È partito da lontano, da quei campi francesi dove il pallone non promette nulla e devi convincerlo a rimbalzare nel modo giusto. A Lorient, a Pau, a Tolosa, città che sanno di provincia e di treni presi senza sapere se tornano indietro, ha imparato che un attaccante non nasce, si costruisce a forza di respiri corti e di gol segnati senza testimoni. A Tolosa, soprattutto, cominciarono a guardarlo con un’attenzione che non era ancora fiducia ma già curiosità.
Marsiglia fu un’altra cosa. Marsiglia è una città che non perdona (domandatelo a De Zerbi), che ti chiede di essere grande anche quando sei solo stanco. Lì Gignac diventò davvero Gignac: il numero nove che segnava, sbagliava, sbuffava, si prendeva i fischi e li restituiva sotto forma di gol. Non era elegante, non era leggero, ma era necessario. A Marsiglia capì che il calcio può essere un lavoro sporco e una questione personale nello stesso tempo.
Poi venne la Francia, quella con la maiuscola. La nazionale lo chiamò quando non poteva più far finta di niente. Con la maglia bleu Gignac non fu mai un protagonista continuo, ma fu una presenza decisiva. A Euro 2016, in casa, sfiorò il gol che avrebbe cambiato una finale e forse una carriera. Il palo disse di no.
E quando tutti pensavano che il suo tempo fosse passato, Gignac fece la cosa più illogica e quindi più giusta: se ne andò. Lasciò l’Europa, lasciò la vetrina, lasciò la nostalgia preventiva, e scelse il Messico. Tigres non era una fine, era una dichiarazione. Non “non ce la faccio più”, ma “posso ancora farlo, altrove”.
A Monterrey diventò un idolo senza manuale d’istruzioni. Segnò come se dovesse recuperare tutto quello che non gli era stato promesso. Vinse campionati, finali, rispetto. Si fece adottare da una gente che non ama a metà e non dimentica mai. Adesso che il ritiro è lì, seduto in panchina ad aspettarlo, Gignac sembra l’ultimo rappresentante di una specie in estinzione: quella degli attaccanti che non hanno mai smesso di appartenere a un luogo, anche quando ne hanno cambiati molti.
Quando smetterà, qualcuno ricorderà i gol. Qualcun altro i trofei. E forse è per questo che fa così male vederlo andare via. Perché Gignac non ha mai rappresentato l’idea di successo. Ha rappresentato l’idea, molto più rara, di coerenza.
