Come vivo la Champions League: con rispetto, non con l’ansia

Nella “frattaglia” settimanale racconto il mio modo di stare dentro la Champions League da tifoso del Napoli: non come un’ossessione da vincere a tutti i costi, ma come una misura della nostra reale dimensione europea. Una competizione che riconosce la crescita e la continuità, non il localismo né l’impazienza.

Articolo di Vincenzo Imperatore20/01/2026

Stasera c’è Copenaghen-Napoli. Partita di Champions League, calendario alla mano penultima partita del campionato (non girone) di qualificazione, coppa sullo sfondo, inni, luci, tutto il repertorio. Una di quelle sere in cui capisci subito se stai guardando una gara o stai entrando in una dimensione diversa. Non perché sia una semifinale, non perché ci sia una coppa in palio, ma perché la Champions serve esattamente a questo: a ricordarti dove sei.

Il Napoli, ormai, qui ci sta da anni. Non è più un’apparizione esotica, non è più la favola da raccontare. In Italia è un parametro di riferimento, una squadra che misura le altre. In Europa, invece, la Champions resta un teatro severo, che non si lascia sedurre né dal racconto né dall’identità. Riconosce la dimensione, non premia il localismo.

Guardo la Champions League come si guarda il teatro. Entro, mi siedo, spengo l’ansia. Non perché non conti, ma perché so esattamente dove siamo. Il Napoli, ormai, in questo teatro ci entra da anni. Non più come comparsa occasionale, non più con il cappello in mano. In Italia è diventato un benchmark di squadra vincente. In Europa, però, la dimensione è ancora un’altra.

Non siamo più ospiti per caso. Siamo invitati fissi. Abbiamo il posto assegnato, il nome sul cartellino, il diritto di stare in sala. Ma non siamo ancora quelli che salgono sul palco principale nelle serate decisive. Le prime quattro, quelle vere, restano un confine mai superato. E vincerla, oggi, non è neppure un pensiero serio. Non per sfiducia. Per realismo.

Ed è proprio questo che mi libera dall’ansia. Perché l’ansia nasce quando confondi la crescita con il destino. Quando pretendi che l’abitudine alla Champions coincida automaticamente con il diritto alla vittoria.

La vivo così, come tifoso: mi godo le partite, la qualità, i dettagli, il livello superiore. Posso apprezzare una giocata anche se non porta una coppa a casa. Posso accettare un’eliminazione senza viverla come una regressione. Perché so che esserci stabilmente, per il Napoli, non è una concessione. È un risultato strutturale.

Siamo una squadra che in Italia detta standard, ma in Europa è ancora in formazione avanzata. Non all’asilo, non all’università. In quella terra di mezzo dove capisci cosa serve per essere “The chaaaaaampioooons”, ma non lo possiedi ancora tutto.

E allora sì, entro a teatro. Non con l’ingenuità di chi sogna l’Oscar alla prima sera, ma con la consapevolezza di chi sa che il percorso conta quanto l’applauso finale.
La Champions non è una promessa. È una misura. E oggi, per il Napoli, la misura è questa.

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