Lettera aperta ad Antonio Conte: l’uomo che ha provato a insegnare l’efficienza a una città innamorata dell’approssimazione
Antonio Conte lascia il Napoli dopo aver riportato metodo, disciplina e ossessione per il risultato in una città che storicamente ama più il disordine che l’organizzazione. Una riflessione amara sul rapporto tra Napoli, l’efficienza e quella subalternità culturale che troppo spesso porta a distruggere i migliori prima di rimpiangerli
ConteCaro Antonio,
tu hai avuto una colpa enorme: hai costretto Napoli a guardarsi allo specchio. E questa città, gigantesca e controversa insieme, lo specchio lo sopporta poco. Preferisce il racconto alla disciplina, la battuta al metodo, l’alibi all’organizzazione. Per questo la presunta borghesia (soprattutto imprenditoriale e professionale) ti ha amato meno di quanto meritassi. Perché eri la dimostrazione vivente che vincere non è fatalità ma struttura. E la struttura, qui, fa paura.
Io ti avevo scelto già ai tempi dell’Inter, quando molti storcevano il naso perché Conte “non era giochista”, “non era simpatico”, “non era napoletano”. Come se il calcio fosse una seduta terapeutica collettiva e non un’industria del risultato. Ti ho studiato attraverso i tuoi libri, le tue interviste, le tue analisi meritevoli di uno speech alla Bocconi. Ti ho incontrato il primo giorno che sei arrivato a Napoli, al Teatro di San Carlo insieme a mio figlio Agostino, e in quel momento entrambi avevamo la certezza quasi matematica che il Napoli sarebbe tornato a vincere. Perché nessuno, nel calcio italiano contemporaneo, è efficiente e orientato al risultato quanto te.
Ma il punto è un altro. Napoli ha un rapporto patologico con l’autorità competente. La teme. La sabota. La deride. E poi, quando quella stessa autorità se ne va, inizia il pellegrinaggio dei rimpianti. È un fenomeno antico, quasi antropologico. Nel 1799 la città applaudì il ritorno dei Borbone dopo aver lasciato soli gli intellettuali della Neapolitan Republic. I lazzari si vendevano per un piatto di maccheroni e qualche moneta, l’istinto di sopravvivenza diventava più forte della costruzione di un futuro diverso. Vincenzo Cuoco lo raccontò con lucidità feroce: una rivoluzione fatta da élite illuminate ma senza popolo. E il popolo, spesso, preferisce chi gli accarezza la pancia a chi gli impone responsabilità.
Sono passati più di due secoli ma certi meccanismi non cambiano. Napoli è capace di intuizioni geniali ma anche di una subalternità psicologica devastante. Ama lamentarsi del potere ma spesso si inginocchia davanti a chi urla più forte. Diffida della competenza perché la competenza crea gerarchie vere, e le gerarchie vere smascherano improvvisatori, furbastri e mediocri. Così chi pretende disciplina viene vissuto quasi come un corpo estraneo.
Tu, in fondo, hai rappresentato proprio questo: l’intrusione dell’efficienza dentro il regno dell’approssimazione sentimentale. Hai ricordato a tutti che il talento senza organizzazione è folklore. Che il sacrificio viene prima della narrazione romantica. Che le vittorie non nascono dalle conferenze stampa o dalle dirette social ma dall’ossessione quotidiana.
E qui alcuni non te lo hanno perdonato.
Perché Napoli ama i salvatori purché non chiedano troppo rigore. Ama il mito più del metodo. Ama raccontarsi vittima persino quando vince. È una città che spesso trasforma l’autolesionismo in identità culturale. E allora chi porta ordine nel caos finisce inevitabilmente sotto processo.
Ora vai via, e mi dispiace davvero. Non perché il Napoli finisca con te. Il Napoli viene prima di tutto e sopravviverà a chiunque. Ma perché questa città perderà uno dei pochi uomini capaci di trasformare il disordine in competitività.
Il problema è che molti lo capiranno dopo. Come sempre. Quando torneranno le stagioni delle giustificazioni, delle nostalgie, delle analisi poetiche sulle “belle sconfitte”. Quando scopriranno che l’efficienza non è simpatica, non consola nessuno, non distribuisce carezze. Però porta trofei.
E i trofei, alla fine, restano. Le chiacchiere invece evaporano. Come i maccheroni distribuiti ai lazzari per comprarsi la loro fedeltà.
Stessa storia, solo con meno cavalli e più social network.
