Femi Opabunmi, il ragazzo che vide il mondo troppo poco

A soli 17 anni divenne il simbolo del futuro nigeriano. Poi la vita gli tolse la vista ma non la dignità. In Insolite coordinate, Luigi Guelpa racconta Femi Opabunmi, il prodigio che vide il calcio troppo presto e il mondo troppo poco.

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Articolo di Luigi Guelpa20/11/2025

C’è un’immagine, persa negli archivi del Mondiale 2002, che andrebbe riguardata ogni tanto: un ragazzo con il numero ventitrè sulle spalle e negli occhi un coraggio ingenuo, di quelli che solo i diciassettenni possiedono. Si chiama Femi Opabunmi, Nigeria, 17 anni e 100 giorni. Il terzo più giovane di sempre ad affacciarsi alla Coppa del Mondo. Una primavera portata in un torneo da uomini, dove normalmente la giovinezza viene guardata con sospetto, come un lusso o un vezzo.

In quel Mondiale, Femi era una nota stonata e luminosa, ma piena di quella promessa che il calcio, a volte, concede ai suoi figli prima di presentargli il conto. Entrare nella storia così presto è un dono, ma anche un’inquietudine. Perché il ragazzo che entra nel Mondiale prima ancora di capire bene cosa sia la vita porta sulla schiena una valigia che non ha scelto. Femi entrò, giocò, respirò l’erba degli stadi giapponesi come si respira un’aria troppo grande. Per un attimo fu l’immagine stessa dell’avvenire: la Nigeria del futuro, l’Africa che cresce, il talento che sboccia.

Il guaio, però, è che il futuro, nel calcio, è un’illusione che dura sempre troppo poco.
Femi non ebbe il tempo di diventare ciò che prometteva. Non fu una sconfitta tecnica, né un crollo psicologico: fu la sfortuna, quella vera, crudele, senza metafore. La perdita della vista. Un varco improvviso nel buio, proprio mentre il mondo gli aveva appena schiuso una porta gigantesca. È come se quel Mondiale del 2002 fosse stato il suo unico vero fotogramma. Lì, sul campo, davanti alle telecamere, mentre diventava, senza rendersene conto, un nome scolpito nell’albo dei giovanissimi leggendari. Lì si fermò per sempre la sua immagine: acerba, luminosa, incompiuta.

Oggi Femi ne parla senza rancore. Racconta la ferita come si racconta un temporale che ha strappato il tetto: con realismo, quasi con saggezza. Sa di essere stato breve ma accecante, come un lampo. Sa che quel record, terzo più giovane di sempre al Mondiale, e più giovane nigeriano in assoluto, gli sopravviverà più di molte carriere lunghe e svuotate.

La sfortuna gli ha tolto il campo ma non la voce. Allena, educa, infila nelle tasche dei ragazzi il monito che lui ha pagato sulla propria pelle: il calcio è un giardino bellissimo e infido, e non dà garanzie a nessuno. Eppure, c’è una fierezza sottile nel modo in cui pronuncia la propria storia. Come se quel momento del 2002 bastasse a salvarlo da tutto il resto. Femi rimarrà il ragazzo che vide il calcio troppo presto, ma il mondo troppo poco.

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