Distintivi, che passione!
Per Napoli, reparto oggetti smarriti, Davide Morgera riporta in superficie simboli piccoli ma potentissimi: i distintivi del Napoli. Dal cavallo rampante dei tempi di Giorgio Ascarelli al ciuccio popolare, passando per le “N” dorate regalate in campagna abbonamenti da Roberto Fiore, quei bottoni appuntati sul petto erano identità pura, prima delle maglie griffate e degli sponsor. Un oggetto minuscolo, ma cucito esattamente dove batte il cuore

All’occhiello di una giacca, un giubbino o un cappotto, funzionava così prima dell’avvento del mercato delle magliette di questi anni, di quando allo stadio si andava senza i jeans e le felpe anche in curva. Volevi essere ‘identitario’? Bene, dovevi indossare il distintivo e portarlo con orgoglio! Allo stadio, al bar, nell’androne del palazzo, alla fermata dell’autobus, magari al lavoro. Oggi la ‘identità’ si identifica con un cappellino, una maglietta, una tuta, prodotti griffati che mettono in evidenza lo stemma della squadra ma anche gli sponsor che, detto per inciso, poco c’entrano con l’appartenenza ad una fede calcistica. Le mostriamo, le indossiamo allo stadio e dovunque, le portiamo con nonchalance, è una mise a cui forse non si fa più nemmeno caso. Eppure capitò che, con Ascarelli e successivamente con Fiore, donare o comprare per poche lire il distintivo del Napoli coincideva con il periodo della campagna abbonamenti. Più ‘identità’ di così, sinceramente, fatichiamo a coglierla.

Il primo distintivo del Napoli
Collezionare distintivi è solo un hobby, un ritornare bambini, un modo per rivivere antiche passioni e testimoniare l’amore per la squadra del cuore? O tutto questo insieme? Quando, all’alba degli anni ’20 del secolo scorso, il calcio aveva ormai preso piede in città e le rivalità tra il Naples e l’Internazionale si erano fuse in una sola squadra, e Giorgio Ascarelli si apprestava a diventare il ‘faro’ di questa ri-nascita con campagne acquisti notevoli e con la costruzione di uno stadio, in città cominciarono ad apparire anche i primi, veri, simboli di questa nuova e solida entità calcistica. E dunque nacquero i distintivi sulla scia dell’associazionismo politico, militare, sociale. Il primo in assoluto adottato dal nascente Napoli fu quello ovale blu con il cavallo rampante in argento, contornato dalla sigla A.C.N. in oro. La storia di quel primo emblema ha un duplice aspetto. Infatti esso era il simbolo del ‘sedile’ di Capuana nella strada dei Tribunali che recava appunto lo stemma con un cavallo ‘frenato’ visto di profilo. In antitesi a questo si racconta anche di un altro puledro di bronzo che troneggiava nei pressi della Chiesa di Santa Restituta che ricordava quello di Troia. Come andarono le cose con precisione non ci è dato sapere ma la realtà è che il cavallo diventò il simbolo della città, l’insegna autentica di Napoli e del calcio in città. Un purosangue che, come nelle favole, si trasformò presto in un ciuco col sopraggiungere degli innumerevoli risultati negativi della squadra grazie ad una geniale intuizione del giornale satirico “Vaco ‘e pressa”. Almeno questa sembra l’ipotesi più plausibile anche se viene riportato da più parti l’esclamazione di un tifoso in Galleria Umberto che, con ironia tutta partenopea, sbottò : “’sta squadra nosta me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella: trentatré piaghe e ‘a coda fraceta”.
Dobbiamo a quella trasformazione se fino agli anni ’60 e ’70 i tifosi recavano in giro per il campo un somaro bardato d’azzurro per augurare la vittoria agli azzurri. L’animo folkloristico e popolare della gente di Partenope era tutto là, si esaltava coi tric trac e quel ciuccio che ragliava. Scene che vedemmo anche in qualche film, oltre che al ‘Collana’ e al ‘San Paolo’.
Collezionare distintivi è un divertimento puro ma rappresenta anche e soprattutto un lungo viaggio attraverso gli anni nel mondo del calcio. Un distintivo può ricordare una tappa significativa della propria squadra, parla al cuore e ai sentimenti attraverso cambi di forma, dimensioni, smalto adoperato, ed una simbologia legata anche ai mutamenti del logo della società. Quelli di cui parleremo furono, infatti, tutti realizzati come ‘prodotto ufficiale’ della società.
Del cavallo rampante poi trasformatosi in somaro abbiamo già detto ma esistono ancora in commercio (ditta Picchiani & Barlacchi di Firenze) quelli antecedenti agli anni ’20. Ad esempio il Naples FBC e l’Unione Sportiva Internazionale hanno i loro distintivi, rispettivamente tondo con cinque fasce verticali, tre blu e due celesti, ed una ‘N’ e rotondo con la sigla ‘IN’ in bianco su fondo blu. Poi arrivò l’Internaples, nato dalla fusione dei due club, e questo è forse quello più bello dell’epoca. E’ quadrato, con il fondo porpora, alla cui periferia bianca si legge, con caratteri in oro, ‘Unione Sportiva Internaples’. Un vero gioiellino per appassionati.

Distintivi del periodo pre-Napoli
Negli anni ’30 la passione per la squadra in città cresce a dismisura tanto che il distintivo che andiamo a descrivervi venne venduto per 5 lire insieme all’abbonamento all’Ascarelli. Di forma triangolare, col vertice in alto, su sfondo azzurro, quasi blu. La sigla A.C.N. in oro si intreccia su un’immagine stilizzata del Vesuvio con pennacchio. Un altro piccolo capolavoro di grafica e passione. Appena qualche anno dopo, questo strano triangolo, dalla forma insolitamente ammorbidita, fu sostituito dal primo distintivo con un motto, “Ciuccio fa tu”, anch’esso azzurro ed oro. Ma l’incantesimo, per i veri appassionati, non finisce qui. Uno dei più ricercati rimane quello a firma S. Johnson che, negli anni ’40, ritornò ad un cavallo dorato che si impenna poggiandosi su un pallone azzurro con bordi in oro. Prima della fine della guerra, poi, il distintivo diventa ‘scudato’ con la ‘N’ prevalentemente bianca in campo blu grazie alla ditta Castelli di Milano. Durante il periodo della ricostruzione post bellica e le calde partite disputate al ‘Collana’ nasce un primo distintivo con un calciatore. Intorno al 1950 abbiamo un ovale con un giocatore in azione in argento su smalto blu notte ad opera della ditta Lorioli di Milano, anche questo molto suggestivo. Una decina d’anni dopo, siamo all’alba degli anni ’60, fu adottato il distintivo tondo, che somiglia ad una ‘botte’ di vino, con una ‘N’ centrale e dorata. L’ultimo, di quando il Napoli era ancora ‘A.C.’, fu quello con la ‘N’ in oro su fondo blu. Dunque, a partire dall’anno in cui la squadra salì in serie A, il 1964-65, e nel quale avviene il cambio di denominazione societaria in ‘S.S.C.’, ci sarà la definitiva adozione della ‘N’ a tutto campo. Fiore, sull’esempio di quanto fatto da Ascarelli negli anni ’30, lo fece produrre per regalarlo ai tifosi nel primo anno di Sivori ed Altafini. Da lì emersero tante varianti. Forma tonda, smalto prevalentemente azzurro, bordi quasi sempre in oro, a volte con una fascia tricolore, a volte con una sigla, a volte con la reintroduzione dei gigli borbonici ( come nel 1969). Dopo la vittoria della Coppa Italia del 1976 Ferlaino commissionò alla ditta Johnson un distintivo rettangolare e verticale su cui svettava, per l’ennesima volta, un cavallo rampante sul pallone d’oro e la sigla societaria in basso.

Distintivi degli anni ’50 e ’60
Ed il ciuccio? Direte voi. Beh, ci siamo. Proprio quello che aveva sostituito il cavallo negli anni ’20 diventa il protagonista all’inizio degli ’80, epoca Krol e Diaz, Giacomini e Santin. Il corpo del ciucciariello in azzurro va ad intrecciarsi con una ‘N’ mentre le orecchie in evidenzia gli danno quasi un aspetto da coniglio. Mettendo da parte la negativa parentesi di Gennarì, la mascotte diventata anche distintivo a metà anni ’80 che non riuscì a scalzare il ciuccio dalla passione dei tifosi, quelli prodotti nell’epoca maradoniana, a dispetto dei grandi risultati raggiunti, non furono di particolare bellezza. Distintivi solitamente piccoli e tondi, con la abituale ‘N’, niente di nuovo. Solo nel 2000 la Giemme di Torino produrrà una serie di distintivi abbastanza fantasiosi con la ‘N’ in oro su fondo azzurro, ora col Vesuvio da sfondo, altre volte col Golfo o il Maschio Angioino nel tentativo di coniugare città e calcio. Per un po’ di anni non se ne videro di nuovi in giro fino a quando non li abbiamo rivisti l’estate scorsa tra il merchandising del Napoli a Castel di Sangro. Sarebbe bello, dunque, non perdere certe tradizioni che sono, nonostante tutto, l’essenza del calcio. Averne ancora uno all’occhiello, lì sul lato del cuore, a sinistra della giacca.

Distintivo risalente agli anni ’80
