Safonov: quando una parata diventa geopolitica

Luigi Guelpa, nelle sue “Insolite coordinate”, racconta un Psg dove il dualismo Safonov-Chevalier è anche politica, estetica e reputazione: un russo osservato e giudicato, un ucraino che lo evita, una convivenza da “separati in casa”che pesa più dei minuti giocati. Mentre il club sceglie la copertina e la rassicurazione del mercato, Safonov risponde con parate che sembrano atti di resistenza: fredde, precise, silenziose. E in quella eleganza glaciale, si intravede l’ombra di Dasaev: il talento che non chiede permesso e non mendica consenso.

Articolo di Luigi Guelpa23/12/2025

Matvey Safonov cammina tra i corridoi del Parc des Princes come un fantasma elegante, consapevole che ogni suo passo è sorvegliato da occhi invisibili, da opinioni globali, da una pressione che non ha nulla a che fare con il calcio e tutto con la geopolitica. La sua figura, alta e composta, sembra scivolare tra gli spazi vuoti del club, tra le luci intermittenti dei riflettori e i mormorii dei tifosi, come se Parigi stessa trattenesse il respiro davanti a un equilibrio così precario.

La sua presenza accanto a Illia Zabarnyi, l’ucraino che evita di incrociarlo, è una partita parallela, silenziosa e feroce. “Separati in casa”, la definizione calza a pennello: non c’è odio sul campo, ma un’ombra di sospetto, una distanza che la professionalità riesce a reggere solo come fragile tregua tra due mondi che continuano a sparare proiettili invisibili. Ogni allenamento è un’eco di conflitti lontani, ogni passaggio intercettato sembra carico di significati extra-calcistici.

Luis Enrique, con la precisione di un regista più che di un tecnico, ha sedotto e abbandonato Safonov, puntando in questa stagione su Lucas Chevalier. E’ il prediletto, il portiere da copertina, l’immagine rassicurante del Psg, quaranta milioni di investimento che parlano di mercato, sponsor e stabilità estetica. Donnarumma, nel frattempo, ha dovuto fare i bagagli e lasciare spazio a questo dualismo apparentemente ordinato. Ma Safonov non segue le regole della scena principale: gioca a modo suo, con un’intensità che sfugge alle statistiche. Quattro rigori parati nella finale di Coppa Intercontinentale contro il Flamengo non sono semplici numeri: sono sfide alla storia, alla fama, al gusto estetico dei dirigenti, piccoli atti di ribellione che passano sotto silenzio.

Il dualismo non è solo tecnico: è politico, sociale, estetico. Safonov è l’outsider che trasforma l’incomodo in arte, la tensione in precisione. Ogni sua parata è un atto di resistenza, una piccola vendetta contro chi lo giudica per il suo passaporto invece che per i suoi guanti. Eppure, mentre i giornali celebrano Chevalier, Safonov costruisce silenziosamente la sua leggenda, fatta di freddezza, lucidità e capacità di guardare la rete avversaria come se fosse un campo minato dove lui è l’unico capace di muoversi senza esplodere.

Secondo il mio modestissimo parere, è il vero erede del grande Dasaev: la stessa eleganza glaciale, la stessa capacità di trasformare il portiere in mito, di rendere ogni intervento un piccolo atto di teatro, tragico e sublime allo stesso tempo. Safonov, con la sua eleganza spietata e il suo silenzio tagliente, dimostra che il talento autentico non ha bisogno di favoritismi, di copertine o di consenso. Il talento va sempre oltre.

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