Il grande Trap e quella punizione impossibile e surreale di Diego
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin trasforma il compleanno del Trap in un abbraccio di memoria e gratitudine, tra ironia, umanità e calcio vissuto da vicino. Sullo sfondo brilla anche quella punizione impossibile di Maradona, che Trapattoni seppe ricordare non da sconfitto, ma da uomo capace di inchinarsi al genio

Il mio pensiero va a un Grande Vecchio della nostra pelota: il Trap. E, sì, caro Giovanni Trapattoni, pochi giorni fa hai compiuto 87 anni. In tanti ti hanno fatto gli auguri, dal mondo del calcio e non solo. Sei sempre stato ironico, funambolico e imprevedibile; e come ci facevi sorridere, nemmeno tanto tempo fa, su Instagram, dove ti aveva “portato”, con felicissima intuizione, tuo nipote: sorridente, allegro, sempre pronto alla battuta. I miei, oggi, sono frammenti di ricordi e nostalgia, dettati dal cuore, dalla stima e dal tempo che passa. Ci siamo frequentati a lungo, io cronista, tu allenatore: sei sempre stato corretto, sincero, per non parlare delle sfuriate che finivano, sempre, con una stretta di mano e un sorriso. Sei arrivato alla Juve, dopo i fasti da calciatore nel Milan, cresciuto alla scuola solida di Nereo Rocco, nello stesso anno, il 1976, in cui cominciavo a scrivere da Torino per il “Guerin Sportivo” di quel formidabile direttore di Italo Cucci.
Che tempi, rimembri ancora? Il calcio era vicinanza, lealtà, rapporti corretti, allenamenti aperti, interviste esclusive senza nessun filtro da parte di un addetto stampa, lunghe trasferte a parlare, non solo di pallone, ma di vita, passioni, futuro. Hai vinto tutto, portando la tua arte, fatta di concretezza e sudore, zolle e determinazione, in giro per l’Europa, sempre conquistando trofei e tifosi. Germania, Portogallo, Austria, Irlanda, ma anche la nazionale italiana, con quel mondiale (2002) gettato al vento, agli ottavi di finale, per colpa di Byron Moreno, arbitro ecuadoriano, che ve ne fece di tutti i colori contro la Corea del Sud. Una eliminazione assurda, grottesca. E tu che vorresti rigiocare solo una partita: quella. Per proseguire nel sogno della Coppa più lucente. E ammiravi, pur avendo allenato un fuoriclasse come Michel Platini, quel mostro di bravura e di genialità al secolo Diego Armando Maradona. Per te rappresentava un fenomeno persino difficile da spiegare, come nell’occasione (3 novembre 1985) di quella punizione a due in area, al San Paolo, contro la tua Juventus: tocco di Eraldo Pecci e quella magia, sospesa nel tempo e nello spazio, di Dieguito a beffare Tacconi e a far gridare all’impossibile e al surreale tutti gli appassionati del pallone e della fisica. Dichiarasti al quotidiano Il Mattino di Napoli: “La punizione di Maradona? E come faccio a dimenticarla. Non fu un incubo. Assolutamente no. Quando vedi cose del genere ti puoi solo innamorare prima dell’autore del gesto, poi del gioco del calcio che ti permette di ammirare queste perle. Io la definii un’unghiata della quale solo Maradona poteva essere capace”.
Nel football hai portato l’arguzia, il proverbio che diventava manifesto, lo strafalcione che si trasformava in filosofia, la sagacia della gente del popolo, resterà per sempre epico il tuo sfogo, quando eri al Bayern Monaco, contro il tuo giocatore Strunz. Quale occasione migliore, con quel cognome, per dare vita a una conferenza-stampa meravigliosamente kafkiana! 87 anni e ti penso ancora un fanciullino pascoliamo, recuperando il tuo “non dire gatto” e i tuoi commenti che erano sempre veri, puri, a volte incomprensibili, ma mai banali. Sapevi prenderti in giro: ed è qualità delle persone autentiche, intelligenti. Non sono qui a riordinare la tua biografia. Servirebbero decine e decine di pagine. Ma per un semplice abbraccio, per soffiare idealmente sulle candeline della torta che ti hanno preparato, di sicuro, nella tua Cusano Milanino. Ripenso a quel tuo modo di fischiare in panchina per richiamare i giocatori, al fatto di essere passato per un maestro del catenaccio, quando invece giocavi con due fluidificanti come terzini (Gentile e Cabrini), un libero moderno come l’indimenticabile Scirea, e poi, tutti insieme appassionatamente, Causio, Tardelli, Paolo Rossi, Platini, Boniek e compagnia bella. Da Mauro a Bonini, da Marocchino a Galderisi, da Vignola a Tavola, da Zoff a Tacconi.
Insuperabile, magnifico e mitico Trap!
