Conte, i “falliti” e quella Napoli che confonde la critica con l’autolesionismo

Antonio Conte non ha chiesto il silenzio stampa né l’abolizione del diritto di critica. Ha detto una cosa più semplice e più grave: senza compattezza, una comunità sportiva disperde valore, avvelena il proprio patrimonio e scambia la libertà di parola con il diritto permanente al sabotaggio. Quel termine, "falliti", è il suo ultimo regalo di gestione manageriale alla città

Conte, Napoli, De LaurentiisFoto Mosca napoli
Articolo di Vincenzo Imperatore25/05/2026

C’è una parola che ieri, dopo Napoli-Udinese 1-0, ha prodotto più agitazione di una riunione condominiale convocata per decidere il colore del portone: falliti.

Antonio Conte l’ha usata nel modo ruvido, frontale, poco diplomatico che gli appartiene. Ha detto di aver fallito in una cosa: non essere riuscito a portare compattezza nell’ambiente napoletano. Poi ha aggiunto che chi sparge veleno e zizzania contro la squadra, contro l’allenatore e contro i calciatori, sono falliti, persone negative e nocive di cui il Napoli non ha bisogno, aggiungendo che la piazza abbia bisogno di “gente seria che ha voglia di voler bene alla squadra” e non di chi la massacra  per un like o un migliore indice di ascolto.

Naturalmente, nel grande teatro italiano della suscettibilità professionale, il giorno dopo non si discuterà del contenuto, ma dell’offesa. Non del problema, ma del tono. Non della diagnosi, ma del termometro. Perché noi siamo fatti così: se uno indica una crepa nel muro, il dibattito pubblico si concentra sull’indice.

E allora conviene partire proprio da lì: dalla parola fallito.

Nella cultura latina, il fallimento è ancora vissuto come uno stigma, un marchio sociale, quasi una condanna morale. Infatti, anche nel linguaggio comune, se vogliamo offendere una persona gli diciamo che “è un fallito”.

Il fallimento, per noi latini, non è semplicemente qualcosa che è andato male; diventa ciò che sei. Hai sbagliato, dunque sei sbagliato. Hai perso, dunque sei un perdente. Hai fallito, dunque sei un fallito. È la solita delicatezza antropologica di un Paese che ti perdona tutto tranne l’imperfezione, salvo poi costruire interi sistemi sull’improvvisazione, sul pressappoco e sull’arte di arrangiarsi. Questa distinzione è chiarissima: l’errore non coincide con il fallimento, perché può essere una deviazione, una fase di apprendimento, un elemento da analizzare; il problema nasce quando l’errore diventa identità e non più azione correggibile.

Ed è qui che l’interpretazione anglosassone cambia tutto.

Nel mondo anglosassone, almeno nella sua versione manageriale più evoluta, il fallimento non è necessariamente una sentenza. È un dato. È un feedback. È la prova che un processo, una strategia, una scelta o una lettura del contesto non hanno funzionato. La cultura del “fail fast, fail early” non significa esaltare l’errore come se fossimo alla sagra dell’incompetenza, ma riconoscere che ogni sistema complesso apprende solo se ha il coraggio di guardare dove si è rotto.

Conte, in questo senso, ha fatto una cosa molto più moderna di quanto molti abbiano capito: ha separato il proprio fallimento funzionale dal fallimento identitario degli altri.

Quando dice “ho fallito nel portare compattezza”, non sta dicendo “sono un fallito”. Sta dicendo: su questo obiettivo specifico, il risultato non è stato raggiunto. È una dichiarazione da manager, non da penitente. È l’analisi di un KPI ambientale mancato, non una confessione in ginocchio davanti alla sacra inquisizione del pallone.

E infatti il punto vero non è se Conte abbia usato una parola troppo dura. Il punto vero è che Conte ha messo le mani dentro la malattia più profonda dell’opinionismo napoletano: l’incapacità di proteggere il proprio patrimonio quando quel patrimonio comincia finalmente a produrre valore.

Qui bisogna essere precisi, altrimenti domani parte la solita giostra: “Vogliono imbavagliare i giornalisti”, “vogliono impedire la critica”, “il diritto di cronaca non si tocca”. Tutto molto nobile, tutto molto solenne, tutto molto prevedibile. Nessuno sta dicendo che il Napoli debba vivere dentro una campana di vetro, servito da cronisti inginocchiati con il turibolo in mano. La critica è necessaria. Il controllo giornalistico è necessario. Il dissenso è necessario. Anche perché senza critica restano solo gli uffici stampa, e gli uffici stampa sono spesso il modo più elegante con cui la realtà viene pettinata prima di essere venduta.

Ma una cosa è la critica, altra cosa è la demolizione sistematica. Una cosa è raccontare un problema tecnico, gestionale, tattico o comunicativo; altra cosa è costruire ogni giorno una narrazione tossica, spesso fondata sul sospetto, sull’insinuazione, sulla vanità del retroscena e sull’eccitazione del disastro. Una cosa è dire “questa scelta è sbagliata”; altra cosa è trasformare ogni difficoltà in una guerra civile permanente.

La compattezza di cui parla Conte non è complacency. Non è acquiescenza. Non è obbedienza. Non è l’invito a spegnere il cervello e applaudire come automi davanti alla qualunque. La compattezza, in un ambiente sportivo maturo, è un’altra cosa: è la capacità di distinguere tra critica utile e rumore distruttivo, tra vigilanza e veleno, tra libertà di parola e autolesionismo di comunità.

Perché il Napoli non è solo una squadra di calcio. È un asset economico, reputazionale, culturale e simbolico della città. È patrimonio locale. È una delle pochissime industrie emotive capaci di esportare Napoli nel mondo senza passare per la solita cartolina stanca del mandolino, del vicolo e della pizza messa lì come deodorante identitario. Il Napoli produce valore economico, turistico, mediatico, commerciale, sociale. Produce appartenenza. Produce racconto. Produce capitale simbolico.

E allora la domanda è semplice: una comunità ha o no il dovere di tutelare il proprio patrimonio?

Tutelare non significa nascondere le criticità. Significa non trasformarle in arma contro se stessi. Significa capire che quando un club cresce, quando vince, quando diventa competitivo, quando attrae allenatori importanti, calciatori importanti, attenzione internazionale, ogni parola pesa di più. Ogni narrazione diventa parte dell’ambiente competitivo. Ogni clima creato intorno alla squadra può rafforzare o indebolire il valore che si pretende di difendere.

Conte ha raccontato di aver trovato un gruppo traumatizzato, di aver dovuto ricostruirlo psicologicamente, di aver vissuto un momento delicato dopo Bologna e di aver scelto, insieme alla squadra, di affrontare il problema invece di far finta di niente. Ha detto che il gruppo si è parlato con chiarezza, che erano tutti sulla stessa barca, che da lì sono ripartiti.

Questo è il punto che dovrebbe interessare davvero: la compattezza è una tecnologia organizzativa.

Non è folklore. Non è “vulimmece bene”. Non è la sceneggiata della grande famiglia, che in Italia viene evocata di solito cinque minuti prima di chiederti di lavorare il sabato gratis. La compattezza è una condizione competitiva. Nelle aziende, nelle squadre, nei gruppi ad alta prestazione, il clima interno ed esterno incide sui risultati. Una squadra che deve continuamente difendersi dal rumore, dal sospetto, dal rancore e dalla svalutazione sistematica consuma energia mentale. E l’energia mentale, nello sport di vertice, non è poesia: è performance.

Conte questo lo sa. Lo sa perché è un uomo ossessionato dall’efficienza, dal risultato, dalla disciplina, dalla tenuta psicologica. E proprio per questo la sua dichiarazione non va letta come sfogo generico contro i giornalisti o contro i critici. Va letta come l’ammissione di un fallimento organizzativo dell’ambiente.

Non ha detto: “Ho fallito perché non ho vinto”. Ha detto: “Ho fallito perché non sono riuscito a compattarvi”.

Che è molto diverso. Ed è anche molto più doloroso. E’ il suo ultimo regalo alla città.

Perché significa che il problema non è solo tecnico. Non è solo il mercato. Non è solo l’infortunio. Non è solo il calendario. Non è solo l’arbitro, l’algoritmo, il destino, Mercurio retrogrado e le altre meravigliose scuse con cui il calcio italiano riempie i propri barattoli narrativi. Il problema è anche la relazione tra squadra, città, media e tifoseria.

Napoli, da questo punto di vista, vive spesso una contraddizione feroce: pretende grandezza, ma fatica a sopportare i codici della grandezza. Vuole essere trattata da potenza calcistica, ma conserva riflessi da piazza perennemente offesa, perennemente sospettosa, perennemente pronta a divorare ciò che dovrebbe proteggere. Vince uno scudetto e dopo cinque minuti si misura la temperatura della delusione. Arriva seconda e sembra una sciagura nazionale. Compete stabilmente ai vertici e una parte dell’ambiente si comporta come se fosse stata privata di un diritto divino.

Conte, nel bene e nel male, ha avuto il merito di dire questa cosa senza zucchero a velo.

E allora sì, il termine “falliti” può sembrare duro. Ma forse è duro perché colpisce una verità che non vogliamo guardare: il fallimento più grave non è perdere una partita, sbagliare una campagna acquisti o non vincere un trofeo. Il fallimento più grave è non capire quando si sta danneggiando ciò che si dice di amare.

Nel linguaggio anglosassone del management, il fallimento serve se genera apprendimento. Nel linguaggio latino della piazza, invece, il fallimento serve spesso solo a distribuire colpe, a cercare un bersaglio, a montare il patibolo, possibilmente con diretta social e sponsor sotto il video.

Conte ha fatto la prima cosa: ha individuato un obiettivo mancato.
Una parte dell’ambiente farà la seconda: cercherà di trasformare quella frase in un processo.

Il paradosso è tutto qui.

Chi rivendica il diritto di critica dovrebbe essere il primo a distinguere la critica dal rancore. Chi rivendica il diritto di cronaca dovrebbe essere il primo a difendere la qualità della cronaca dalla tossicità dell’allusione permanente. Chi ama il Napoli dovrebbe capire che l’amore non è solo contestare quando qualcosa non va, ma anche proteggere quando qualcosa funziona.

Perché tutelare il patrimonio locale non significa fare propaganda. Significa avere coscienza del valore che si ha tra le mani.

E Napoli, spesso, il valore lo riconosce solo quando lo ha perso.

Poi arrivano i rimpianti, le celebrazioni postume, le frasi solenni, le maglie incorniciate, i “quanto ci manca”, i documentari, le nostalgie e tutta quella liturgia meravigliosa con cui questa città trasforma in mito ciò che non ha saputo difendere quando era vivo, presente, sudato, imperfetto e vincente.

Conte ha usato una parola sgradevole.
Ma forse la vera volgarità non era quella parola.

La vera volgarità è pretendere grandezza senza assumersi la responsabilità culturale di sostenerla.