Correre sul dolore: Bouderbala e il Mondiale dell’orgoglio.

Nelle Insolite coordinate, Luigi Guelpa riporta il Mondiale del 1986 sotto il sole messicano e racconta la corsa ostinata di Aziz Bouderbala, ala del Marocco capace di sfidare la Germania Ovest con un legamento rotto e un Paese sulle spalle. Un gesto che sfugge alle metriche del professionismo moderno e restituisce al calcio la sua sostanza più antica: il coraggio che non chiede permess

Articolo di Luigi Guelpa26/02/2026

Prima delle nevi televisive di Federica Brignone, prima delle smorfie hollywoodiane di Lindsey Vonn, prima ancora che una ragazza con il sorriso feroce come Flora Tabanelli decidesse di sfidare la gravità come fosse un’opinione discutibile. Prima delle Olimpiadi dipinte d’azzurro. Quarant’anni fa il colore era un altro: verde scuro, polveroso, con le ombre lunghe del tramonto messicano. In quell’estate che sapeva di tortilla e di rivoluzione mancata, un’ala destra del Marocco decise che i legamenti erano un dettaglio amministrativo. Si chiamava, e si chiama ancora, perché certe storie non si congedano, Aziz Bouderbala.

Il Marocco era capitato in un girone che somigliava a una riunione del Consiglio di Sicurezza: Inghilterra, Polonia, Portogallo. Nessuno aveva previsto che i nordafricani avrebbero superato il turno con la naturalezza di chi non sa di essere invitato alla festa e quindi si comporta da padrone di casa. Bouderbala giocava con un legamento del ginocchio sinistro rotto. Non lesionato, non stirato: rotto. Due settimane prima del Mondiale, il destino gli aveva presentato il conto. Lui lo aveva rimandato al mittente. “Un’occasione così non mi sarebbe più capitata”, dirà poi, con quella logica semplice che appartiene agli uomini e ai contrabbandieri di sogni. “Strinsi i denti e giocai lo stesso”.

In campo portava una fasciatura vistosa. Saltava l’uomo, rientrava, ripartiva. Macinava chilometri come se il dolore fosse una valuta straniera. A fine partita il ginocchio diventava grosso come un melone maturo, nonostante infiltrazioni e antidolorifici. Agli ottavi il Marocco incontrò la Germania Ovest. Resistettero fino a quando Matthäus decise che la punizione, quasi allo scadere, dovesse essere una sentenza. Il pallone attraversò la barriera come un telegramma urgente. Fine della corsa. Ma non della storia.

Perché Bouderbala non fu soltanto un comprimario esotico in un Mondiale dominato da altri santi e altri demoni. Fu una delle sorprese del torneo. Gli osservatori del Milan presero appunti con la grafia nervosa di chi ha intravisto qualcosa. Poi sarebbero arrivati il Sion e il Matra Racing.

Oggi Bouderbala ha 65 anni, fa il commentatore sportivo. Parla di calcio con la calma di chi sa che le partite finiscono, ma certe decisioni no. Quando ricorda il Messico, non c’è traccia di rimpianto. Solo orgoglio. Perché il professionismo moderno misura tutto: watt, chilometri, percentuali di grasso. Ma non ha ancora inventato un algoritmo capace di quantificare il coraggio di un’ala destra che corre con un legamento rotto e un Paese sulle spalle.

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