Cava United, vittoria sfumata allo scadere
Una partita combattuta che lascia l’amaro in bocca ai ragazzi metelliani, raggiunti al 90° su rigore.
Scambio doni tra le societàSi arriva alla spicciolata al campo della Fidelis Agro, mentre i giocatori sono già impegnati nel riscaldamento pre-partita, accolti da una pioggia fitta e dalla prima vera ondata di freddo invernale. Il terreno, appesantito dall’acqua che cade incessante da ore, presenta vere e proprie pozzanghere in diversi punti, al punto da rallentare — e talvolta fermare — i movimenti del pallone.
In assenza di spalti, i tifosi della Doce conquistano la loro “classica” postazione per questa struttura: il tetto degli spogliatoi, a pochi passi dalla bandierina del calcio d’angolo, da cui la visuale del campo non è delle migliori, più trapezoidale che rettangolare. Se a ciò si aggiungono i numerosi ombrelli aperti che oscurano la prospettiva, ci si rende conto della necessità di dover chiedere agli altri una sorta di radiocronaca estemporanea di ciò che succede nello spazio tra il dischetto del rigore e la linea di porta.
Ma non importa: tutti uniti — complice lo spazio ridotto e la necessità di ripararsi dal freddo — iniziamo a cantare per i nostri ragazzi dal momento stesso in cui mettono piede in campo.
Come da tradizione nelle trasferte, prima del fischio d’inizio doniamo alla squadra avversaria il quadro realizzato dai ragazzi della Cooperativa La Fenice, cui da questa gara si affianca la novità della “figurina” edita da Garrincha Edizioni. Con il libricino tascabile dedicato, per questo incontro, al giocatore palestinese Abdallah Jaber, vogliamo condividere la nostra idea di calcio: un linguaggio che, soprattutto a queste latitudini e in queste categorie, è ancora fatto di persone, storie e comunità.
Poi parla il campo. Il Cava United parte forte e determinato, trovando il vantaggio dopo appena sette minuti con Ciccio Caso e regalando alla Doce un’esplosione di gioia, tanto da far vibrare il tetto degli spogliatoi più della porta sottostante. I primi venti minuti sono un monologo biancoblu, ma il gol del raddoppio non arriva. Solo verso la fine della prima frazione la squadra di casa riesce a rendersi pericolosa.
Intanto sembra che anche il temporale abbia deciso di assistere alla partita: pur lasciando intravedere, in lontananza, qualche timida striscia di cielo azzurro, la pioggia continua a cadere fitta e incessante, mentre il freddo avvolge le montagne circostanti in un velo bianco. Per fronteggiare questo clima quasi scozzese, non resta che scaldarsi con cori, vino e cantuccini — che per oggi sostituiscono i più abituali tarallini.
Nella ripresa la Fidelis Agro rientra con un atteggiamento completamente diverso e, dopo sei minuti, trova il gol del pareggio. I ragazzi di mister Laudato accusano il colpo e, con un campo ancora più pesante e rimbalzi imprevedibili sull’acqua, costruire trame pulite diventa complicatissimo.
La Doce però non smette di cantare, e al 20’ il Cava United torna avanti grazie alla rete dell’attaccante Davide Marcantonio. La Fidelis Agro reagisce e spinge, mentre il Cava è costretto a resistere negli ultimi quindici minuti in inferiorità numerica per l’espulsione di Carmine Ferrara. La gara si fa sempre più intensa, forse troppo per il giovane arbitro che, per usare un eufemismo, fatica a gestire il ritmo e la tensione. Sugli spalti, nonostante il freddo penetrante, il sostegno non viene meno.
Sembra fatta, ma al 90’ l’arbitro concede generosamente un rigore ai padroni di casa, che non sbagliano l’occasione per riportare il risultato in parità. Non pago, al 92’ decide di non assegnare un rigore al Cava United. Gli animi in campo si surriscaldano ulteriormente e quello che un tempo si sarebbe definito “la giacchetta nera” sceglie di porre fine al match anzitempo, evitando di far disputare gli ultimi due minuti di recupero.
Il triplice fischio lascia inevitabilmente l’amaro in bocca e la sensazione di aver sprecato una grande occasione. E mentre i ragazzi negli spogliatoi analizzano luci e ombre della prestazione, i tifosi scendono dal loro insolito balcone panoramico, infreddoliti ma orgogliosi. Resta quel tocco di dolce romanticismo, perché in giornate così — quando il calcio è fango, acqua, sacrificio e rammarico — la storia non la fa soltanto il risultato: la fanno le persone che ci sono, che cantano, che soffrono, che credono. Sempre.
In tutto questo c’è solo il piccolo Daniel (9 anni), profondamente arrabbiato e rattristato per quanto accaduto negli ultimi minuti che, con i lacrimoni agli occhi, insiste caparbiamente per parlare con l’arbitro. Chissà cosa mai gli avrebbe detto…
