Galeano e il suo Dieguito “il più umano delle divinità”

In questa Maradoneide, Darwin Pastorin rende omaggio a Eduardo Galeano, maestro di libertà e di racconto, e al suo Dieguito, “il più umano delle divinità”. Tra utopia, calcio romantico e giustizia sociale, riaffiora una lezione che non smette di camminare: la bellezza imperfetta del pallone come atto d’amore e resistenza

Articolo di Darwin Pastorin28/01/2026

Non muore mai chi ci ha dato, insegnato, spiegato la vita. Dalle madri, in primis, per arrivare ai maestri che, con affetto e pazienza, attraverso esempi e parole, ci hanno indicato la strada giusta da percorrere. Continua a essere presente nella mia esistenza, con il suo vivido ricordo e le sue illuminanti pagine, Eduardo Galeano, il grande scrittore che ci ha lasciato a 74 anni, nel 2015: ma lo sento ancora qui, al mio fianco. Era un narratore, un poeta, una luce chiara e, come il suo sodale Osvaldo Soriano, un sognatore, un ribelle e un fuggitivo. Ci ha invitato ad amare la libertà, l’Utopia, le vene aperte dell’America Latina e il calcio, quello del romanticismo, quello che ripudiava i tecnocrati, quello della rovesciata poetica e proletaria. Gli devo molto. E lo ringrazio per la generosa frase per il mio primo libro Feltrinelli “Le partite non finiscono mai”: “Per essere devoto delle belle lettere e del bel calcio, leggo le cronache di Darwin Pastorin come chi ascolta messa“. Grazie, grazie per sempre, Eduardo.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di frequentarlo, di essergli amico. Aveva il dono dell’intelligenza e dell’ironia. “Splendori miserie del gioco del calcio” è, per noi cronisti sportivi, “bracconieri di storie e personaggi”, una vera e propria bibbia del football. Durante i miei incontri con i giovani, cito sempre questa sua frase: “Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Sölle: Come spiegherebbe a un bambino che cos’è la felicità? Non glielo spiegherei affatto, rispose. Gli darei un pallone per farlo giocare“.

Ha difeso i diritti dei latinos, degli sfruttati, degli emarginati. La sua voce è stata consolazione, pane in tavola, libertà, giustizia. Sempre dalla parte dei deboli. E ci ha illustrato la strada per il sogno infinito: “L’Utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi e si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammino, non lo raggiungi mai. A cosa serve, dunque, l’Utopia? A questo: per continuare a camminare”.

Ed è quello che faremo, noi che lo abbiamo amato: continueremo a ripercorrere i suoi passi leggendo e a rileggendo i suoi romanzi, i suoi racconti e le sue poesie. Riprendendo le sue novelle sul football: perché sono tante, lì, le belle vicende: l’orgoglio di Obdulio Varela, la finta sbilenca di Garrincha, il furore rebelde di Diego Armando Maradona. Il “suo” Dieguito. Come leggiamo in “Chiuso per calcio”, edizione italiana a cura di “L’Ultimo Uomo”, traduzione di Fabrizio Gabrielli, Edizioni SUR: “Nessun calciatore affermato aveva mai denunciato, senza peli sulla lingua, i padroni degli affari che ruotano attorno al calcio. È stato lo sportivo più famoso e più popolare di tutti i tempi a spezzare una lancia in difesa dei giocatori che non erano né famosi, né popolari. Quest’idolo generoso e solidale era stato capace di mettere a segno, nell’arco di appena cinque minuti, i due gol più contraddittori di tutta la storia del calcio. Chi gli era devoto lo venerava per entrambi: a essere degno di ammirazione non era solo il gol dell’artista, ricamato dalla diavoleria delle sue gambe, ma anche, e forse di più, il gol del truffatore, rubato dalla sua mano. Diego Armando Maradona non veniva adorato solo per i suoi prodigiosi giochi di prestigio, ma anche perché era un dio sporco, peccatore, il più umano delle divinità”.

E noi siamo ancora qui, umili lettori, a riscoprire la bellezza è la meraviglia.

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