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La dittatura dei tre punti

La dittatura dei tre punti

Detto dell’attesa tradita dalla lodatissima Francia e dalla coriacea Germania, a conferma di un Mondiale che non propone spettacolarità, si può azzardare un primo giudizio relativo alla netta priorità dei tre punti sul bel gioco. C’è davvero da rimpiangere le lezioni di calcio di Guardiola e Sarri, inventori dell’inimitato possesso palla, prologo di percussioni da gol. Il pessimo plagio del calcio attuale ha svilito quel modello vincente e per tornare a Francia-Germania ha ridotto il numero di occasioni da gol a un paio per parte. L’entusiasmo non manca alle tifoserie, specialmente afro-asiatiche e ancor meno alla redazione di Rai Sport, impegnata a dimostrare di aver speso bene i 190 milioni sborsati per garantirsi l’esclusiva trasmissione televisiva delle 64 partite.

In grave, colpevole ritardo, ci si accorge di aver legittimato il Qatar a livello mondiale. Il via allo scandalo si deve alla Fifa corrotta che ha ‘venduto’ il torneo in corso all’emirato arabo. La risposta molto parziale, tentennante, timida anche ora, non dà seguito all’accertata negazione dei diritti umani, alla tragedia di oltre seimila migranti morti di fatica e stenti per costruire stadi da ‘mille e una notte’, alberghi, strutture di accoglienza. Non contesta l’omofobia violenta, la repressione della libertà di espressione, il maschilismo imperante, che rende arduo estendere alle donne il diritto di arbitrare partite dei Mondiali. Permane la subordinazione al dio denaro, che l’emirato arabo gestisce a suo piacimento.

Quanto e cosa sappiamo del Qatar, i perché della lunga indifferenza globale per un Paese che eticamente andrebbe messo al bando, boicottato, contestato universalmente, escluso dal circuito internazionale. Il fazzoletto di terra in pieno deserto è uno smisurato pozzo di San Patrizio, senza alcun merito. L’illimitata ricchezza ha tale dimensione da non consentire di spendere quanto si ricava dai giacimenti di petrolio e di gas naturale (tra i più grandi depositi del mondo). Il prodotto interno lordo del Paese è di 1900 miliardi di dollari e colloca gli abitanti al primo posto tra i più ricchi del mondo.

Il Qatar esercita una forma post moderna di schiavitù, di sfruttamento delle povertà di Paesi più o meno confinanti: indiani, nepalesi, filippini, bengalesi, cingalesi, pakistani. I qatarioti sono poco più di duecentocinquantamila, concentrati nella capitale Doha, come il milione e duecentocinquantamila immigrati, brutalmente sfruttati, come al tempo del colonialismo europeo in Africa, come lo schiavismo dell’allora nascente tato americano.
Calciatori del Qatar non cantano l’inno nazionale, ma sono costretti a farlo al via della partita successiva. Impedimento a tutti i giocatori, avallato dalla Fifa, di indossare al braccio la fascia arcobaleno contro l’omofobia di Stato che punisce con il carcere l’omosessualità.

Il sindaco di Londra, nonostante la drammatica crisi economica della Gran Bretagna, decreta il divieto di pubblicità del Mondiale su bus e metro. In risposta, riceve la minaccia di ritirare gli investimenti in Inghilterra (fondo di 450 miliardi).
L’Italia. Esclusa dai Mondiali, se ne sta fuori dalla mischia. Il valore dell’export nell’emirato è di circa duemila milioni di euro e sono oltre trenta le nostre grandi imprese di export in Qatar, alcune famose, per esempio Fincantieri, Leonardo, Intesa San Paolo, Marcegaglia, in settori strategici (anche navi, ferrovie, macchinari) per un valore dell’export di circa duemila milioni di euro. Inimicarsi il Qatar? Evitare di evitare di contestare la Fifa dei Blatter, Platini, con un comodo e remunerativo “non vedo, non sento, non parlo?”.

A rischio oblio la risoluzione di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto e altri paesi musulmani come le Maldive, che nel 2019 hanno rotto i rapporti con il Qatar, accusandolo di complicità con gruppi integralisti come Hamas.
L’Italia, per ora è in silenzio istituzionale e un coraggioso, coinvolgente articolo di Emanuela Audisio (la Repubblica) chiede se prima del ‘the end’ dei Mondiali un arbitro donna dirigerà una partita. Sono in impaziente attesa la francese Stéphanie Frappart, Yoshimi Yamashita, giapponese, Salima Mukansanga del Ruanda. A metà torneo, ancora in lista d’attesa.

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