Robert Pecl, l’uomo che saltò a vuoto e fece nascere un mito.

Nelle Insolite coordinate, Luigi Guelpa ribalta la favola di Italia ’90 e sposta l’obiettivo sul lato oscuro dell’epica. Il colpo di testa di Schillaci nasce anche da un errore, quello di Robert Pecl, difensore austriaco duro e leale, arrivato un attimo dopo al proprio destino. In quel salto mancato si incrociano la leggenda di un uomo e la scomparsa silenziosa di un altro, perché la storia del calcio ricorda chi segna, ma vive anche di chi sbaglia nel momento sbagliato.

Articolo di Luigi Guelpa29/01/2026

L’epopea di Totò Schillaci, a Italia 90, non nacque soltanto da un’intuizione divina o da una fame proletaria di gol, ma anche da un errore. Un errore grande, grosso, quasi ideologico. Un errore austriaco.

La partita era ferma sullo zero a zero, quel risultato ipocrita che non racconta mai la noia, la paura e la diplomazia del calcio moderno. A quindici minuti dalla fine Vicini pescò dalla panchina Totò Schillaci, un corpo estraneo al sistema, uno che non doveva essere lì. Entrò al posto di Carnevale come entrano i supplenti della storia: senza chiedere permesso.

Poi arrivò il cross di Vialli, elegante come un discorso ben scritto, e il colpo di testa di Schillaci, chirurgico, definitivo. In mezzo, però, c’era Robert Pecl. Un gigante. Un uomo che aveva fatto della durezza una professione e dell’autodistruzione una poetica. Saltò a vuoto il numero 3 austriaco. Mancò il tempo, mancò il destino, mancò tutto. E in quel vuoto Schillaci trovò non solo un pallone, ma un pezzo di eternità. Più che un rigore in movimento, un lasciapassare per la leggenda.

Robert Pecl lo chiamavano “Iron Foot” o “Red Robert”, soprannomi da romanzo operaio, da fabbrica e docce fredde. Giocava duro, senza alibi e senza carezze, né per sé né per l’avversario. Rapid Vienna, Bundesliga austriaca, dal 1986 al 1995. Capitano negli ultimi anni, prima che il corpo presentasse il conto: sette interventi al ginocchio e una carriera chiusa a ventinove anni, quando normalmente si comincia a capire il mestiere.

“Ho sempre giocato duramente, ma non scorrettamente”, racconta, oggi 60enne, con quella precisione morale tipica di chi ha perso presto. “Non ho risparmiato me stesso né l’avversario. Il Mondiale del 1990 fu un momento saliente: mi toccò combattere contro Gianluca Vialli. Sull’azione del gol, però, marcavo Schillaci. Sbagliai il tempo. Il resto è negli annali”.

Negli annali, appunto: quel luogo crudele dove finiscono i vincitori e scompaiono tutti gli altri. Oggi Robert Pecl non marca più nessuno. È responsabile vendite di un’azienda leader europea nel settore dei prodotti promozionali, abbigliamento aziendale e merchandising. Vende loghi, non più sogni. Ma da qualche parte, in una notte d’estate del 1990, resta sospeso in aria, saltato a vuoto, mentre un ragazzo di Palermo comincia a correre verso la sua favola.

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