La Champions non ammette errori

errori Milan

La Champions non ammette errori. In generale è l’innalzamento del livello – in ogni settore – a ridurre il margine di fallibilità pena punizioni, stallo.

Li ha commessi e li ha subiti il Milan, gli errori. Ha approcciato da vero diavolo, un diavolo a (forza) quattro trainato da Leao, Brahim, Rebic e Saelemaekers. Tra tutti il portoghese ha dimostrato di poter ambire ad un calcio superiore, di averlo nelle gambe e nella testa.

A testa alta hanno afferrato la partita i rossoneri, sono stati all’altezza dei campioni di Spagna – forse ciò ci dice anche una verità sulla nuova dimensione della Liga, ma questa è un altra storia. È rimasto sorpreso l’Atletico, ha sofferto e sbandato.
Abbiamo visto Simeone vittima delle sue stesse armi: veemenza e intelligenza. Dominio fisico, ma anche di gioco. Per una buona mezz’ora San Siro è stata terra degli uomini di Pioli, degli svitati ma coscienti ragazzini imprendibili. Il vantaggio nasce lì.

Nella foga anche l’errore, quello di Kessie – molto individuale, per nulla collettivo. La croce va sull’arbitro, troppo severo è stato detto. Al severo gli ironici spesso aggiungono “ma giusto”. L’ivoriano chiede 8 milioni l’anno per rinnovare. Ad Anfield è stato sottomesso da centrocampisti campioni d’Europa che non percepiscono uno stipendio simile. Ieri ha dato la possibilità all’arbitro di sbagliare, se meriti quelle cifre devi spostare gli equilibri – e non a favore degli avversari.

Dopo il rosso, il Milan ha tolto il vestito del gioco e ha indossato quello del cuore. Ha fatto quello che poteva ed è quasi bastato. Avesse avuto un uomo lì davanti che avrebbe permesso di sospendere – ad intervalli – gli assedi e rifiatare, sarebbe bastato. Era compito di Giroud, non assolto.
È arrivato il pareggio, poi un rigore da mani-comio – come dice il caro Beck – e dunque la beffa.

A un uomo avremmo detto basta che c’è la salute, ai rossoneri diciamo pensa alla prestazione.

Ci starà pensando Inzaghi alla prestazione dei suoi, perché non c’è stata. L’Inter ha avuto occasioni – e ci mancherebbe – ma mai il pallino della partita. Gli ucraini avevano fiducia in ciò che facevano, i nerazzurri no. Quando sentono la musica della Champions e vedono arancione perdono tutte le certezze.

È stata una partita complicata. Ma il mix tra “o jogo bonito” e il paleggio ricercato di De Zerbi rende lo Shakhtar un leone, cucciolo però, ti viene da accarezzarlo. I 3 punti potevano essere strappati anche senza possesso, qualche urla e gli altri sarebbero scappati.

Non ha avuto ritmo l’Inter, è stata lenta, pigra, lunga. Ha sprecato gli episodi, per errore dei suoi “grandi”. Come contro il Real ha dimostrato di soffrire la velocità d’esecuzione del palcoscenico. Ora il girone si fa duro, perché c’è un nuovo Sheriff in città.

Chiosa sull’esibizione da Madison Square Garden andata in scena al Parc des Princes. PSG contro Manchester City, anche Globetrotters A contro Globetrotters B, quelli di Al-Khelaïfi e quelli di al-Mubarak, quelli dei giocatori e del gioco. Ha dominato il collettivo, la squadra più squadra di Guardiola, hanno vinto i singoli. Forse andranno più avanti gli inglesi, per adesso è una sconfitta per tutti quelli – che come chi scrive – pensano che le figurine non possano alzare coppe. Sarà un errore?

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