Fabrizio Miccoli, El Pibe de Nardò. Dalla Puglia alla Nazionale.

Paquito Catanzaro racconta Fabrizio Miccoli. El Pibe di Nardò, il Romaro del Salento, dal Casarano alla Nazionale.

Fabrizio MiccoliIl calciatore italiano Fabrizio Miccoli (al centro) festeggiato dai compagni di squadra del Casarano nella stagione 1996-1997.
Articolo di Paquito Catanzaro30/01/2026

Aveva un sogno Fabrizio: giocare come Maradona.

Lui che, nella ridente provincia salentina, accoglieva l’arrivo del Pibe de oro a Napoli quando aveva appena cinque anni. A quell’età è lecito – o magari doveroso – fare sogni grandi, anzi grandissimi, tipo indossare la maglia numero 10 e diventare l’idolo dei tifosi. 

Non ancora maggiorenne – e con la 10 sulle spalle – faceva impazzire quelli di Casarano.

Genio, un po’ di sregolatezza e una convinzione: in serie C sarebbe rimasto poco, il tempo di farsi notare, magari da un club di serie A. Si sarebbe accontentato anche di uno della B, nel quale fare un altro tratto di strada sulla via che portava all’affermazione del primo fuoriclasse nato in Puglia. Se n’era convinto già durante il Mondiale americano, quando da Pibe di Nardò avevano preso a chiamarlo Romario del Salento.

Soprannomi impegnativi, che facevano alzare l’autostima del ragazzino che studiava le mosse dei suoi idoli in tv e le riproponeva in campo per la gioia dei supporter e la disperazione degli avversari.

Un lungimirante dirigente della Ternana aveva scommesso su di lui e gli aveva dato una stagione di tempo (l’unica in carriera con appena un gol segnato) per ambientarsi. Dall’anno successivo l’esplosione, la crescita costante e l’approdo in serie A dopo un quadriennio in Umbria.

Per acquistarlo dai rossoverdi s’era scomodato Moggi in persona. Un assegno con molti zeri e una proposta: «Ti mandiamo in prestito da qualche parte. Giusto un anno per farti le ossa, poi te la giochi con Del Piero.»

«Ok» aveva risposto. «Ma a una condizione: ovunque vada, voglio la numero 10.»

Gli avevano affidato quella del Perugia. Trecentosessantacinque giorni dall’altra parte della regione per dimostrare di che pasta era fatto: gol, assist, prodezze e pure qualche bizza, giusto per reggere il paragone col suo idolo Maradona.

I dirigenti bianconeri ne apprezzavano le doti, ma continuavano a storcere il naso di fronte alla sua esuberanza. La stessa che Fabrizio aveva portato a Torino e con la quale aveva accettato la numero 9, tentando a vuoto la mediazione con Del Piero.

Quella stagione avrebbe dovuto essere quella della svolta, in cui mostrare il suo valore tanto in Italia quanto all’estero, invece Fabrizio finiva ai margini di un progetto del quale non era che un talentuoso comprimario.

Col vero Maradona Moggi ci aveva lavorato e, saturo di capricci e colpi testa (metaforici), aveva dato il benservito al più sudamericano dei calciatori pugliesi cedendolo prima alla Fiorentina, poi in Portogallo.

Nella terra di Pessoa, Fabrizio ritrovava il sorriso e pure il gol, ma c’era qualcosa che mancava. Il popolo lusitano era sì caloroso, ma non gli dedicava mai una standing ovation o un coro che gli facesse venire i brividi. Eppure non passava mai inosservato, il suo era un calcio bailado che mescolava samba e tango, il tentativo di far coesistere il genio di Romario con la sregolatezza di Diego.

Forse Palermo sarebbe stata la destinazione giusta. In fondo s’era nel profondo sud, in una Napoli calcistica in miniatura. Gli ultras rosanero attendevano un capopopolo e Fabrizio ne aveva il DNA.

E se è vero che chi troppo vuole nulla ottiene, ecco che Fabrizio riusciva a imitare Maradona, ma non in campo: lo faceva dentro i salotti della malavita palermitana. Lì dove veniva esibito come l’artista del circo che fa spettacoli privati e che, per pochi spiccioli in più, getta alle ortiche una carriera fatta di gol e assist in luogo di polemiche, indagini giudiziarie e uscite infelici contro l’eroe nazionale Giovanni Falcone.

Mi scuso caro giudice – aveva scritto sui giornali, di suo pugno, per cercar di rimediare a una figuraccia – se l’ho definita “fango

La colpa, lasciava intendere quella lettera, era della presunzione: voleva imitare Diego e, non riuscendoci in campo, aveva tentato di farlo fuori, concedendosi una vita borderline che l’aveva portato a essere dimenticato in fretta.

Qualcuno sosteneva che Maradona fosse capace di superare qualsiasi avversario tranne uno: sé stesso. In questo, Fabrizio Miccoli poteva sentirsi al pari del suo idolo.

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