Quando il Napoli ha parlato inglese. La storia azzurra nei match programmes d’Oltremanica

Per la rubrica Napoli Reparto Oggetti Smarriti, Morgera firma una piccola perla di memorabilia: i match programmes delle sfide tra il Napoli e le squadre inglesi. Copertine, nomi, date e rituali che raccontano un calcio europeo d’altri tempi, dove l’azzurro finiva stampato su carta britannica e diventava memoria da collezione.

Articolo di Davide Morgera30/01/2026

Ogni volta che il Napoli affronta squadre inglesi mi convinco sempre più che il fascino che emana il Football in terra d’Albione non esiste in nessuna altra parte del Pianeta o, se vogliamo accontentare gli amanti del calcio sudamericano, almeno in questa parte di Mondo chiamata Europa. Gli stadi, il modo di giocare, il tifo, cosa ruota intorno ad una partita di calcio, magari giocata in un piccolo quartiere di Londra, la visione stessa di questo sport, una ‘filosofia’ diversa e molto meno drammatica rispetto al nostro paese. E poi, i famosi match programmes, anche quelli nati oltre Manica nella notte dei tempi che furono, anche quelli con innumerevoli tentativi di imitazione, manco fosse la Settimana Enigmistica!

Una tradizione che rende il calcio inglese affascinante, che si tramanda di generazione in generazione è quella, appunto, dei match programmes, la cui vendita accompagna tutti i rituali del pre-partita e del dopo-partita visto che moltissimi tifosi li collezionano conservandoli per annate. Il matchday programme è un’usanza che esiste da sempre nello sport britannico e nasce come strumento messo al servizio del tifoso che così può avere maggiori informazioni sull’evento o sulla partita a cui andrà ad assistere.

Possiamo considerarle a tutti gli effetti delle piccole riviste, vendute fuori dallo stadio ma anche in rete, o negli store dei club, ed includono notizie sul proprio club e su quello avversario, messe in risalto da una bella grafica ma soprattutto foto di calciatori, poster e squadre schierate. Collezionarli, prima in Inghilterra e poi ovunque, è diventato un hobby che accomuna tanti appassionati che spesso li scambiano. E se gli italiani amano ancora le figurine Panini i britannici stravedono per i match programmes.

I primi esemplari risalgono addirittura alla fine del 1800, erano poveri di contenuto, di minore dimensione ed erano costituiti da un massimo di due o quattro fogli. Uno dei primi club che iniziò a distribuirli regolarmente fu l’Everton nel 1880 seguito dall’Aston Villa e a ruota da tutti gli altri. Facendo un salto temporale, oggi ogni club della Football League deve produrre un programma obbligatorio anche se in molti sperano in una revisione delle norme, non riuscendo più a giustificare gli elevati costi di produzione con le vendite. In questo senso la loro produzione sembra in declino ( per inciso, moltissimi vengono regalati ) anche se resiste lo zoccolo duro dei fans che continua a cercarli e a collezionarli. Siamo certi che l’amore per questi opuscoli, o booklet che dir si voglia, resta ancora perché sa di calcio di altri tempi, di profumo di birra consumata al pub, di baldoria tra amici, di collezionismo, di metropolitana londinese, di mercatini. L’essenza del calcio britannico.

Il fascino di questi fascicoletti, impreziositi da foto, statistiche, copertine intriganti, pubblicità e colori vivaci, ha spopolato e ha raggiunto il suo momento clou negli anni ’70, quelli del dopo vittoria dei Mondiali da parte degli inglesi nel 1966. E’ vero altresì che oggi, con l’avvento di internet, hanno perso la propria funzionalità perchè chiunque può attingere notizie dal web ma per il momento questa tradizione rimane viva anche se un po’ in declino. Anzi, diremo di più, c’è anche chi non colleziona solo la propria squadra del cuore ma anche quelli di altre squadre, delle Coppe europee, della Nazionale del proprio paese, le amichevoli addirittura. Dunque immaginatevi anche persone che possiedono scatoloni pieni di match programmes, conservati in cantina, in ogni angolo della casa o su scaffali ricavati chissà dove.

Il pericolo di diventare ossessivamente malati e schiavi di questa passione è dietro l’angolo e la probabilità che non ne vendano nessuno è molto forte. L’oggetto che diventa puro feticismo, rarità e memorabilia. Esistono anche delle eccezioni, le vendite on line o le aste con cifre molto alte, tanto per fare un esempio. Pensate che, qualche decennio fa, è stato venduto alla modica cifra di 35.250£ il primo programma relativo alla Fa Cup, che raccoglieva informazioni riguardo la finale di questo trofeo disputatasi nel 1882 tra Blackburn Rovers e Berkshire’s Old Etonians, vinta da questi ultimi per 0-1.

Anche in Italia, dove match programmes diventa ‘programma della partita’, esistono tantissimi appassionati di questa abitudine inglese, da non confondere con le riviste dei club che hanno molte più pagine e di solito sono mensili. Il Napoli e le altre squadre italiane sono finite spesso sulle copertine dei match programmes stampati in Inghilterra, soprattutto in occasione di incontri valevoli per le coppe europee. Ci sono anche le dovute eccezioni, come il primo in assoluto col Napoli in copertina, quello del 5 novembre 1958, dove gli azzurri di Pesaola, Amedei, Del Vecchio, Franchini e compagnia incontrarono in amichevole lo Sheffield Wednesday. Costo 3 scellini. Molto significativo anche quello del 10 ottobre 1962 quando per la Coppa delle Coppe il Napoli giocò contro i gallesi del Bangor City e fu sconfitto col più classico dei risultati. Era la squadra che quattro mesi prima aveva vinto la Coppa Italia, unica compagine di serie B, e il campionato cadetto. Facendo un salto temporale di cinque anni, nel freddo gelido di gennaio del 1967, i partenopei di Pesaola con Nardin, Altafini, Panzanato, Bean, Canè, Montefusco e il resto dell’allegra brigata, giocarono contro il Burnley per la Coppa delle Fiere (poi diventata Coppa UEFA). Costo 6 scellini. Travolti per 3 a 0, qualificazione compromessa.

Quasi due anni dopo, incontro con i terribili ‘bianchi’ del Leeds, ancora Coppa delle Fiere, 2 a 0, doppietta di Jackie Charlton in tre minuti, Zoff che si china a raccogliere la palla in rete per due volte. E’ il Napoli edizione 68-69, quello con il colletto bianco. Al ritorno avviene il ribaltone con Sala e Juliano ma Napoli sfortunatissimo perché esce per ‘sorteggio’. Un altro ‘friendly match’ fu quello con il Sunderland, giocato il 22 maggio del 1969 a fine campionato. In campo ci vanno Zoff, Bianchi, Juliano, Nielsen, Barison, Sala. Esattamente un anno dopo, a Hillsborough, lo Sheffield incrocia gli azzurri per la Coppa Anglo Italiana. Dopo un’ora di gioco il Napoli perde per 4 a 0 ma l’orgoglio finale, doppietta di Barison e gol di Bianchi, rende la sconfitta meno amara. Embè, che succede? Ci troviamo qui, in terra straniera, facciamo un’altra partita. Tre giorni dopo la gara con lo Sheffield, allenamento/amichevole con l’Aston Villa per tenere il ritmo e, cosa curiosa, in copertina viene riportato che gli italiani giocheranno con un completo tutto bianco e i nomi degli undici che scenderanno in campo. Trevisan, Monticolo, Nardin, Pogliana, Zurlini, Bianchi, Panzanato, Juliano, Barison, Canzi, Altafini. Provate a metterli in ordine! Infatti, tre giorni dopo, un’altra gara, stavolta ufficiale e sempre per la Coppa di Lega Anglo Italiana.

Avversari lo Swindon Town, vittoria per 2 a 1 con reti di Barison e Hamrin. Si decide tutto al San Paolo, al ritorno, dove purtroppo la finalissima con lo Swindon vedrà una clamorosa invasione di campo con feriti, arresti, lacrimogeni e tre reti degli inglesi. Se l’alba degli anni ’70 è stato il periodo più ricco di gare, la più importante è certamente quella disputata il 21 settembre del 1976 contro il Southampton, per la Coppa di Lega Italo Inglese. E’vero che il Napoli ci lascia le penne (uno a zero, rete di Williams) ma al ritorno la squadra di Pesaola rifila quattro pappine agli inglesi e conquista la coppa. Di match programmes nell’era moderna ve ne sono tantissimi. Noi ne abbiamo scelto uno, quello col Liverpool del 4 novembre 2010 valido per l’Europa League perché ad Anfield, di fronte alla Kop, ci giocarono Aronica, Campagnaro, Pazienza e Yebda. Loro, prima di allora, lo stadio dei ‘Reds’, lo avevano visto solo in televisione.

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