Gli 80 anni di Arrigo Sacchi, l’Intensità che spaccò il nostro piccolo mondo antico
Ne “L’angolo del Beck”, Roberto Beccantini celebra gli 80 anni di Arrigo Sacchi, l’eretico che cambiò la testa del calcio italiano: non una rivoluzione, ma un’evoluzione feroce, fatta di intensità, idee e un Milan capace di trasformare il gioco in leggenda.

Il 1° aprile del 1946 nasceva a Fusignano, in provincia di Ravenna, Arrigo Sacchi. Non proprio un «pesce»: uno squalo. Mercoledì, dunque,
saranno ottanta. Sempre il 1° aprile nascevano Alberto Zaccheroni (nel 1953) e Giancarlo Antognoni (nel ‘54).
Arrigo. Il romagnol pelato dal megafono compulsivo e il lessico abrasivo. Non lo si può giudicare dalla quantità. Si commetterebbe un
grave errore. Certo, la nebbia di Belgrado. Certo, il braccio di Franco Baresi: quando lo alzava in piazza Duomo, a Milano, era offside fino a
piazza Navona, a Roma. Certo, i lampioni di Marsiglia, Silvio Berlusconi e le sue truppe tele-cammellate. Arrigo, però, ha cambiato la «testa» del calcio domestico. Come ha chiosato Lodovico Maradei, penna storica della «Gazzetta»: non l’ha rivoluzionato, l’ha evoluzionato.
E’ stato fiammifero, non legna. Molti allenatori, Antonio Conte incluso, ne hanno adottato e adeguato il catechismo. Che, sia chiaro, è
pensiero forte e non unico, come viceversa spacciano i suoi seguaci, i boriosi «fusignanisti», termine coniato da Giuseppe Pistilli. Visto da
destra: ha vinto solo uno scudetto. Visto da sinistra: ha vinto due Coppe dei Campioni, due Supercoppe d’Europa, due Coppe
Intercontinentali. Ognuno tira l’acqua alle sue lavagne. Dal ruspante laboratorio di Parma alla sofisticata Nasa di Milanello, l’antipatia per Sacchi non può e non deve banalizzarne l’eresia didattica. Eresia che predicò in tutta la sua profondità maniacale con l’harem di Ruud Gullit, Marco Van Basten e Frank Rijkaard, la scuola di capitan Baresi, Paolo Maldini e Roberto Donadoni. Non in Nazionale. Non
a Madrid (sponda Atletico) e tanto meno nei ritorni a San Siro e al Tardini. Quel Milan lì, quello e non altri, il 19 aprile 1989 prese il
Real del Buitre e lo appese al muro di un memorabile 5-0. Gioco, partita, leggenda.
Si sorrida pure del vocabolario siliconato che ne ha decorato l’epopea (pressing, elastico, marcature preventive, ripartenze). Resta l’idea,
basica e massiccia, di una manovra dominante che stupì il mondo, abituato a bollare the italians di eccesso di contropiede (sempre sia
lodato), quando non di catenaccio. Sacchi, poi Fabio Capello: a parti invertite, la saga del Milan – e della nostra pedata – sarebbe stata
diversa? Chissà.
Dopo che, al Bernabeu, aveva inflitto ben 24 fuorigioco ai blancos, scrissi di «catenaccio in smoking». Mi disse che, quando glielo
riferirono (o lo lesse, non ricordo), corse in cantina a recuperare la cassetta della gara per verificare se davvero fosse caduto così in
basso. Il modello fu l’Ajax «totale» di Rinus Michels e Johan Cruijff, del quale si era invaghito andando in giro per l’Europa a vendere le
scarpe del padre. Parola d’ordine: rompere con il passato, rompere le scatole. Sacchi è stato l’Oltre-Trap. Il martellamento fatto strategia
(e non tattica). Per Jorge Valdano, argentino, campione del Mondo nel 1986, bandiera del Madrid, «le sue squadre acquisirono per la prima
volta una bellezza estetica anche nella fase di non possesso».
I duelli rusticani con il Napoli italianista di Ottavione Bianchi e Albertino Bigon. Le coccole di e per Diego. Auguri, Sua Intensità.
