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Fresi, anima della Salernitana, retrocesso col Napoli

Fresi, anima della Salernitana, retrocesso col Napoli

Sono le 18:10 di domenica 5 Novembre 2000 e all’interno della villa di Corrado Ferlaino in Corso Vittorio Emanuele è appena esplosa una bottiglia molotov. La polizia accorre subito, il clima in città è molto caldo ed infuocato, è il caso di dirlo. Gli agenti, dopo i dovuti accertamenti, presiedono la zona e stazionano di fronte ai cancelli della villa fino a tarda sera. Ferlaino è ancora il burattinaio, Corbelli, quello che vendeva i quadri nelle tv private, è stato tirato dentro fino al collo, gli hanno fatto fiutare l’affare. Non sarà così, lo sappiamo tutti. Anzi fu lui a passare la patata bollente a Naldi facendolo indebitare fino a fargli vendere proprietà ed alberghi di famiglia.

Novembre nero, altro che sigla di un gruppo terroristico. Il Napoli è reduce da un punto in cinque partite, tre sconfitte nelle tre gare disputate in casa, peggior difesa del campionato con 13 reti al passivo. Il disastro della squadra si può riassumere in queste cifre impietose e dalla espressione facciale di Zeman ogni volta che, mani in tasca, esce dallo stadio di Fuorigrotta. Il pomeriggio di quella domenica era stato catastrofico, in tutto e per tutto. Sconfitta al S. Paolo contro il Vicenza, Napoli fanalino di coda con un punto, quello conquistato nel turno infrasettimanale del 1 novembre a Lecce. Gli ultras pensano di punire la scriteriata condotta della società e della squadra andando a colpire l’ormai ex presidente. La gara è, infatti, terminata da poco più di un’ora quando arriva la notizia della bomba molotov nella villa dell’ingegnere. Tutto già pianificato, forse solo una vittoria degli azzurri contro il Vicenza avrebbe potuto evitare il peggio. Zeman, il tecnico che sarà esonerato solo una settimana più tardi, dopo il pareggio di Perugia, è sotto accusa. I suoi metodi non piacciono, troppo lavoro atletico, lo spogliatoio mugugna, i risultati non arrivano. Lo stesso Corbelli, l’allora presidente, dichiara “Oltre metà degli acquisti erano stati richiesti dall’allenatore. Poi la scelta non l’ho fatta io, è stato Ferlaino, con Pavarese e Alessandro Moggi a volere Zeman. Non potevo prendere alcuna decisione, sono nel calcio da solo un mese!”. Un chiaro capo d’accusa di una persona che non sa cosa sia la diplomazia nel dorato mondo pallonaro. In verità, tra i trentatré tesserati della rosa, risultano essere “zemaniani” i soli Baccin, Mancini, Jankulovski, Saber, Quiroga, Sesa e Tedesco. Totale di spesa quasi 30 miliardi delle vecchie lire. Pare che il boemo chiese anche Zola e si oppose all’ingaggio di Baggio per il quale spingeva Corbelli. Nelle casse del Napoli, però, non c’erano soldi e qualsiasi trattativa sarebbe saltata a prescindere.

Torniamo a quell’unico punto conquistato dalla squadra di Zeman fino al momento della molotov a casa Ferlaino. Primo novembre, giorno di tutti i santi. I tifosi partenopei sperano di non invocarne molti dal calendario, vista la squadra che si ritrovano. Quando gli azzurri fanno visita al Lecce allo stadio di “Via Del Mare”, i giallorossi di Cavasin sono spinti dall’entusiasmo di giocare in casa e dalla convinzione di poter vincere contro una compagine quasi allo sbando, il pronostico non dà molte chance al Napoli. Cristiano Lucarelli e Vugrinec sono una coppia d’attacco ben assortita, potenti e tecnici quanto basta, i due punteros leccesi sono lo spauracchio di molte difese italiane e furono proprio loro a contribuire poi alla salvezza finale della squadra salentina. Zeman, dal canto suo, non si smentisce e quel mercoledì manda in campo una formazione sbilanciata in avanti. Il boemo schiera Magoni, notoriamente un uomo di fatica a centrocampo, a terzino destro, due punte come Amoruso e Sesa, una mezza punta come Moriero ed i tecnici Jankulowski e Matuzalem a cucire il gioco tra i reparti. Pecchia sembra l’unico a dover tenere su il centrocampo mentre Pineda, schierato fuori ruolo, e Baldini dovrebbero reggere la difesa. Fa il suo debutto in azzurro il povero portiere Mancini (venuto a mancare 10 anni fa per un infarto), un fedele zemaniano, che sostituisce il napoletano Coppola uscito dal campo piangendo dopo l’1 a 5 subito dal Bologna al S. Paolo la settimana precedente. Davanti al nuovo guardiano della porta c’è uno di quelli che doveva rappresentare un punto fermo della retroguardia partenopea, Salvatore Fresi, che giostra da libero.

Quella del buon libero, che oggi si chiama “centrale” e che non ha un punto di riferimento preciso da marcare, era una tradizione che il Napoli teneva a continuare. Basti pensare che nei soli anni ’90 si erano succeduti, a comandare la difesa degli azzurri, gente del calibro di Renica, Blanc, Bia, Andrè Cruz ed Ayala. Adesso c’è lui, il sassarese Fresi, classe 1973, reduce da una stagione sfortunata con l’Inter. Proprio dai nerazzurri il Napoli lo preleva sperando che il giocatore torni ai suoi livelli migliori, quelli che aveva dimostrato con la Salernitana. Sì, Fresi è stato una bandiera dei cugini granata e tuttora vive a Salerno dove gestisce delle scuole calcio. I migliori anni della sua vita da calciatore li ha trascorsi proprio nella città campana dove ha giocato in tre fasi diverse a dimostrazione dell’affetto che lo lega ai colori granata. La prima volta nel biennio 1993-95, poi nel 1998-99 ed infine nel 2005-06. Certi amori fanno lunghi giri e poi ritornano, è proprio vero. Nel suo palmares una Coppa U.E.F.A. con l’Inter, uno scudetto e due Supercoppe italiane con la Juventus (ma da riserva) tre convocazioni in Nazionale ma senza mai giocare. Fresi era un giocatore molto dotato tecnicamente e questo lo faceva vagamente somigliare al suo modello, Franco Baresi. Comandava bene la difesa e sapeva quando spingersi in attacco tanto che qualche allenatore lo ha anche provato a centrocampo. Per queste qualità fu scelto da Zeman che credette di individuare in lui colui che avrebbe saputo dare qualità alla difesa e, all’occorrenza, una mano a centrocampo. Purtroppo l’avventura di Fresi al Napoli durò una sola stagione perchè con la retrocessione di fine anno cambiò tutto. Dopo il semi fallimento di Mondonico, che perse la serie A per un solo punto, la squadra fu affidata a De Canio per il successivo campionato di serie B. Le statistiche raccontano che il giocatore sardo giocò nel Napoli solo 23 partite, spesso anche non schierato da Mondonico. Un solo gol nel suo curriculum azzurro, quello di Lecce, su rigore.

Quella in Salento fu una gara strana perché ci si aspettava una squadra demotivata e scoraggiata. Invece gli azzurri tennero testa al Lecce, anche con belle azioni, controbattendo colpo su colpo agli attacchi dei pugliesi. E’ vero anche che il rigore concesso al Napoli fu generoso e molto discusso in campo ma Fresi ebbe la freddezza di trasformarlo con un bel tiro alla destra di Chimenti. Prima che sei minuti più tardi il Lecce pareggiasse con Vugrinec. Peccato, il libero azzurro poteva entrare in modo più autorevole negli almanacchi. Con una vittoria ed un suo gol.

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