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La nidiata dell’Internapoli, Wilson, Massa e Chinaglia

La nidiata dell’Internapoli, Wilson, Massa e Chinaglia

©️ FOTO ARCHIVIO PERSONALE DAVIDE MORGERA

Una sorta di malinconia mista a tristezza coglie il vomerese medio anziano quando passa fuori lo Stadio Collana oggi. Per i tempi che furono e che non ritorneranno più ma anche per come è ridotto l’impianto, per il rimpallo delle responsabilità che passano da una società all’altra, da una municipalità all’altra senza trovare una soluzione definitiva.
Uno stadio che è stato teatro di alcuni dei Napoli più belli della Storia, da Vinicio a Jeppson, da Bugatti a Casari, e anche di quella che da sempre è stata considerata la seconda squadra cittadina, l’Internapoli. Anche ricordando quei ragazzi in maglia a strisce biancoazzurre, che giocava in orari diversi dal Napoli per ovvie ragioni, potrebbe uscire una lacrimuccia dagli occhi del vecchio tifoso che popolava gli spalti dello stadio sulla collina.

Partite belle ed appassionate, un tifo identitario che non è mai stato da derby come nelle altre grandi città italiane, perché si sapeva che l’Internapoli veniva sempre dopo gli atleti in maglia azzurra. Non c’era la competizione che può esserci per gli incontri tra Roma e Lazio, Genoa e Sampdoria o Inter e Milan. Il Napoli, la religione da seguire, l’Internapoli, la piccola setta a fare da contorno ad un calcio cittadino dove tutti correvano verso Fuorigrotta e solo una parte degli appassionati varcava i cancelli del “Collana”.

Eppure il periodo più bello e florido di quella squadra è legato, oltre agli esordi di Luis Vinicio come allenatore, al lancio di veri campioni che andarono ad infoltire le fila della Lazio fino ad arrivare al primo storico tricolore dei biancocelesti nel 1974. In ordine alfabetico, C come Chinaglia, M come Massa e W come Wilson, difficile fare un acronimo, complicato ricavarne una sigla, non ci sono vocali. Eppure tutti e tre ebbero in comune la militanza nell’Internapoli, prima di spiccare il volo verso la sospirata Serie A e la Lazio. Tre soggetti, tre atleti dalla forte volontà di sfondare nel mondo del pallone che partirono dalle colline del Vomero per fare grande la “prima squadra” della capitale, renderla la più pazza e la più anarchica del campionato italiano. Caratteri diversi tra loro ma tutti con un unico obiettivo, realizzare un sogno, giocare ad alti livelli. 

Pino Wilson e Peppe Massa

Aveva la maglia a strisce bianco ed azzurre l’Internapoli ed il primo ad indossarla fu Pino Wilson nel 1964-65, nell’anno in cui il Napoli festeggiò la tanto sospirata promozione in Serie A. Veniva dal Cirio, un’altra compagine cittadina, lui napoletano a tutti gli effetti, mamma partenopea e papà inglese, soldato in Italia durante la seconda guerra mondiale. Aveva esordito a 17 anni in Serie D e dopo due anni l’Internapoli, che aveva rilevato il titolo della Cirio, puntò su di lui intuendo le enormi capacità del difensore che tutti hanno sempre chiamato Pino. L’anno dopo, nel torneo 1965-66, un altro giovanotto, anche lui diciassettenne, Peppe Massa, passò tra le fila dell’Internapoli dopo la gavetta nella Flegrea.

Era l’anno in cui a Napoli si sparavano i tric trac ed i mortaretti per l’arrivo di Sivori e Altafini in città ed i tifosi impazzivano di gioia con centomila cuori battenti. “Il sabato pomeriggio al “Collana” e la domenica al “San Paolo”, fu questa accoppiata, per diversi anni, il pane e pallone dei napoletani, soprattutto di quelli che scendevano dalla zona collinare per immettersi nella conca-catino di Fuorigrotta. Bandiere, panini, bagarini, foto dei giocatori, fischietti, caffè Borghetti, file interminabili per entrare, era tutto un trambusto, un dolce accompagnarsi sugli spalti dello stadio partenopeo rispetto alla contenuta euforia che trasmetteva la gara interna dell’Internapoli. Il pallone dalle due facce, il pallone che piaceva ai napoletani, il pallone che mise per un pò in competizione le due squadre della città senza creare mai una accesa rivalità. 

Improta e Massa scendono le scale del San Paolo 1969-1970

Long John Chinaglia

Due anni dopo, nel 1967-68, un anno magico per il Napoli che arrivò secondo in campionato, i biancoazzurri vomeresi iniziarono a pensare in grande e basarono la loro campagna acquisti non solo sui giovani partenopei come Wilson e Massa ma guardando anche oltre i confini ristretti della regione. Pescarono così, tra le file della Massese, un giovane centravanti di cui tutti dicevano un gran bene, tale Giorgio Chinaglia che, con Wilson, aveva in comune l’aver vissuto nel Regno Unito. Se il libero era nato a Darlington ma era cresciuto in Italia, la punta era nata in Italia ma aveva tirato i primi calci in Galles, dove il padre faceva il minatore. Sarà stata anche questa origine anglo-sassone a farli legare nella vita e a farli diventare inseparabili amici? Chissà.

Chinaglia e Umile 1970-1971

Pino Wilson, dopo 5 anni con l’Internapoli, passò alla Lazio nel 1969, Giorgio Chinaglia, dopo 2 anni con la squadra vomerese, passò ai biancocelesti nello stesso anno mentre Massa era già nella capitale dal 1966. “Peppeniello” fu, infatti, il primo ad approdare alla Lazio e ci restò fino al 1972, due anni prima della vittoria dello scudetto. Chi invece contribuì in maniera notevole alla crescita di quello squadrone furono proprio i due lords di origini britanniche, “Long John” Chinaglia e Pinuccio Wilson, bandiere senza tempo che si ammainarono rispettivamente solo dopo 7 e 11 anni, non prima di aver fatto esperienze nel campionato americano. Massa, invece, passò all’Inter prima di consacrarsi col Napoli di Vinicio proprio nell’anno in cui i biancocelesti festeggiavano il tricolore. Chissà non gli sia rimasto un leggero rimpianto per non aver mai vinto uno scudetto.

La Lazio dei clan

Intanto l’amicizia tra Wilson e Chinaglia si consolidava sempre più e ne fecero le spese tutti i giocatori che non seguivano i dettami del duo all’interno dello spogliatoio. Nacque la famosa Lazio dei clan, dei pistoleri, dei fascisti, dei ribelli che in allenamento erano capaci di prendersi a cazzotti ma in campo la domenica erano pronti a darsi una mano l’uno con l’altro pur di superare l’avversario di turno. Una strana alchimia che funzionò, una miscela esplosiva ma vincente, un gruppo unito, granitico, forte, al di là delle fazioni.

La Lazio, con i tre giocatori in campo, ha giocato a Napoli solo in due occasioni, nel 1970 e nel 1971. Il bilancio è favorevole agli azzurri con una vittoria ed un pareggio.

29 marzo 1970 Napoli – Lazio 1-1 (Chinaglia, Manservisi) 

28 marzo 1971 Napoli – Lazio 2-0 (Sormani, Umile)

Chinaglia e Zoff 1969/1970

Il napoletano Massa, da giocatore del Napoli, consumò la sua dolce vendetta contro la Lazio nel torneo 1975-76 siglando il gol della vittoria e togliendosi la bella soddisfazione sportiva di aver sconfitto i suoi vecchi amici. Splendido stop di petto e tiro di sinistro da fuori area, a Felice Pulici non restò che guardare la palla finire in rete, nell’angolino alla sua destra.

Colui che, invece, ha affrontato il Napoli da avversario più volte è stato Wilson, ininterrottamente per 10 anni, esclusa la breve parentesi della Lazio in serie B nella stagione 1971-72. In questo modo distanziò di gran lunga Giorgione “Long John” Chinaglia che nel 1976 era già negli Stati Uniti, col Cosmos di Pelè e Beckenbauer, per cercare di promuovere il calcio anche per le insistenze della moglie americana. Un’esperienza che durò fino al 1983 prima che appendesse le scarpette al chiodo e gli balenasse l’idea di diventare presidente della Lazio tra passioni e tumulti finanziari.

La cosa curiosa è che Chinaglia si è spento nell’aprile del 2012 nella città americana di Naples, una delle tante con questo nome. Quello che, invece, colpì molto il popolo degli sportivi fu la sua volontà di essere seppellito accanto a Tommaso Maestrelli, il mister dello scudetto, un secondo padre per lui. Oggi riposano insieme, uno accanto all’altro, nel Cimitero Flaminio di Roma. E’ vero, Chinaglia non aveva un carattere semplice, tutt’altro. Appariva scorbutico, presuntuoso, saccente, arrogante, superbo, borioso ma con quel gesto, quella volontà, è stato capace di dare una grossa dimostrazione di come il calcio possa essere qualcosa che va al di là di una squadra, di una passione, di un popolo che tifa. Il calcio e le amicizie che a volte si creano vanno, di diritto, al di là di tutto ciò, al di là della Vita e della Morte.

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