Lo Sferisterio e il Cinodromo: quando Fuorigrotta era arena e promessa
In L’anima di Partenope, Giancamillo Trani riporta alla luce due luoghi simbolo dello sport e dello spettacolo napoletano: lo Sferisterio Partenopeo, tempio della pelota basca, e il Cinodromo Domitiano, teatro delle corse dei levrieri. Tra entusiasmo popolare, scommesse, concerti mancati e ombre camorristiche, riaffiora la memoria di una Fuorigrotta che sapeva accendere passioni e che oggi resta sospesa tra ruderi, rimpianto e occasioni perdute.

Chissà quanti ragazzi, prima d’imboccare la “Grotta”, s’interrogano su cosa ospitasse quell’enorme edificio ormai diruto ed abbandonato: stiamo parlando dello Sferisterio, anni addietro tempio indoor nel quale si praticava la pelota basca.
Quest’ultima è una disciplina sportiva simile alla pallacorda originaria dei Paesi Baschi ma diffusa un po’ in tutta Europa. Ne esistono molte varietà (pallamano basca – secondo gli esegeti l’unica pelota – , joko garbi e chistera, xare, frontenis e paleta).
La pallacorda (o trincotto) – da cui deriva anche la pelota – risalirebbe, addirittura, al XIII secolo, praticata tra l’Italia e la Francia; nel nostro Paese, le prime notizie storiche documentate su questa disciplina sportiva, risalgono al Rinascimento. Tutte le varianti di questo gioco con la palla, antesignano del tennis, si fanno risalire all’Antica Grecia ed alla pratica della phaininda.
Qui a Napoli si giocava la pelota jai alai (in lingua basca, “festa allegra”) anche detta cesta punta (in lingua castigliana, ovvero “cesta appuntita”), praticata con una specie di cesta di vimini di forma affusolata detta chìstera o txistera (anticamente con un bracciale di cuoio). La palla, lanciata con quella sorta di “protesi” al braccio, rimbalzava contro il muro con colpi secchi e precisi, cercando d’impedire che l’avversario riuscisse a reinviarla indietro dopo il primo rimbalzo a terra. Il suono, quasi metallico, della palla, veniva percepito come quello d’un tamburo sulle gradinate, accompagnato dai mormorii del pubblico presente. Ogni partita era pregna di riflessi fulminei, di rimbalzi fantasmagorici e di colpi scagliati con millimetrica precisione.
La costruzione dello Sferisterio Partenopeo partì negli Anni Quaranta,con il progetto dell’ingegnere Franco Torelli, e fu ultimato circa dieci anni più tardi. Fu teatro di incontri nazionali ed internazionali di pelota basca, ping pong e tamburello, discipline che – all’epoca – contavano numerosi appassionati. Intorno alla struttura c’era anche un discreto giro di scommesse, cosa che – fatalmente – finì con lo stimolare gli appetiti della criminalità organizzata.
Gravemente danneggiato dal sisma del 1980, lo Sferisterio Partenopeo intraprese il suo fatale declino. Il 03 gennaio 1982 un potente ordigno deflagrò dinanzi all’ingresso principale.
Preceduto da un vile attentato che, per poco, non costò la vita ad uno dei gestori di un bar molto noto in zona, nella notte di San Silvestro del 1986 fu appiccato un incendio doloso che distrusse l’intera struttura, causando, altresì, il crollo del soffitto.
Le cronache dell’epoca riferirono che si era trattato di un “regolamento di conti” del locale clan camorristico che aveva chiesto un maxi pizzo sul concerto di Capodanno che si sarebbe dovuto svolgere il giorno successivo, con la presenza di artisti del calibro di Riccardo Fogli e Franco Califano (quest’ultimo, per i motivi di cui innanzi, fu processato ed assolto dall’accusa di associazione mafiosa nell’ambito del procedimento a carico del compianto Enzo Tortora).
Sempre a Fuorigrotta, in Viale J.F. Kennedy, nei pressi di Edenlandia, da più di trent’anni giace in uno stato di totale abbandono e di assoluto degrado l’area che ospitava il Cinodromo Domitiano.
Le corse dei cani erano sbarcate a Napoli nell’immediato Dopoguerra. Il ragioniere Giannone ed il suo amico Metastasio, entrambi romani, venuti in possesso d’ una dozzina di levrieri irlandesi, cani da corsa, si trasferirono a Napoli convinti che, in una città dove il gioco prosperava tra circoli, bische, ippodromo, pelota basca, zecchinetta, ecc. le corse dei cani potessero avere un futuro.
Le prime gare furono organizzate presso il Velodromo dell’Arenaccia, Il successo fu enorme. Qualche anno più tardi, a Fuorigrotta sui terreni della Mostra d’Oltremare, sorse Edelandia, il parco giochi della città.

A margine di Edenlandia trovò spazio il Cinodromo Domitiano. Una grande tribuna coperta che s’affacciava sulla pista di 300 metri costruita apposta per le corse dei cani. Sotto la tribuna un bar, alle spalle i servizi igienici. Accanto agli ingressi, i box per alloggiare i cani impegnati nelle corse del giorno ed uno spazio aperto per la vestizione pubblica dei levrieri.
Al passaggio della finta lepre, un pupazzo sistemato su un griglia di ferro, azionata manualmente, in modo tale da essere sempre irraggiungibile, si aprivano contemporaneamente tutti gli sportelli. I cani si lanciavano in una corse folle nel tentativo inutile di agguantare la finta lepre che dopo il traguardo veniva occultata con uno straccio. I cani, confusi per la sua sparizione improvvisa, venivano distratti dall’odore di sangue di una vera pelle di un coniglio macellato di fresco.
Ovviamente, anche in questo caso, poiché le scommesse fioccavano ed i soldi giravano, l’avvilente presenza di malavitosi, una varia umanità di accaniti e disperati giocatori, il fumo asfissiante delle sigarette, la presenza di “accompagnatrici” come la mitica “Regina”, una donna bellissima che la leggenda metropolitana voleva figlia di un sovrano africano, la procace cassiera del bar oggetto di morbose attenzioni maschili, e via discorrendo.
Dopo un inesorabile declino, tutto cessò nel 1993: come per lo Sferisterio, in tanti anni, non un progetto di recupero né un’idea di rilancio o riqualificazione.
