Diego avrebbe battuto anche il “mostro” da 37 gol in una partita
Rileggendo "Vietate le sedie" di Ignácio de Loyola Brandão, Darwin Pastorin immagina una sfida impossibile tra Diego e un calciatore-mostro da 37 gol a partita. E la sua risposta è netta: contro ogni prodigio disumano, avrebbe vinto comunque Maradona, con la sola forza della fantasia.

Caro Diego, scartabellando nel mio archivio e tra i miei libri ho trovato un racconto folgorante del brasiliano Ignácio de Loyola Brandão (da “Vietate le sedie”, introduzione e traduzione di Rita Desti, con una nota di Antonio Tabucchi, 1983, Casa Editrice Marietti), “L’uomo che capì”, che mette insieme calcio e fantascienza.
Leggiamo insieme alcuni passi: “Si consacrò segnando 37 reti in una partita. La sua media di reti per partita salì addirittura a 26. Non c’erano colpi per fermarlo, né schemi per annullare il suo gioco rapido, bello ed efficace. Giocava per sé, per la squadra e per il pubblico (…) Ma accettava di giocare soltanto con giocatori intelligenti. Gli altri avevano un po’ paura a entrare in campo con lui. Sarebbero stati umiliati e insultati, se sbagliavano (…) Non concedeva interviste, trattava mala la stampa, rideva dei giornalisti, diceva che erano analfabeti. Gli arbitri non lo ammonivano. Era lui che faceva abbassare la testa agli arbitri (…) Era odiato. Anche il pubblico, nonostante lo spettacolo, lo odiava (…) entrava in campo con gli occhiali scuri. Un giorno telefonò ai giornali, disse che era in una baita, a bere e pieno di donne. Lasciò la baita alle 7 di mattina. La sera segnò 25 reti. Corse più degli altri giorni. Non si faceva mai male. Entrava in mischie con cinquanta gambe e ne usciva con il pallone (…) Aveva i riflessi perfetti, ragionava sei volte in un millesimo di secondo. Fino a che, in un giorno di gran caldo, dopo un’ora e mezza di ginnastica, tutta la squadra fu esausta. Lui rise e si mise a correre intorno al campo. Fece cinquanta giri. Poi si mise ad allenarsi a tirare in rete. Quando si fermò, si avvicinò il professore di educazione fisica. Guardandolo fissamente negli occhi, il professore ebbe paura. E capì“.
Un piccolo gioiello di pallone e horror dell’autore di “Zero”, uno dei capolavori della letteratura sudamericana. Un Sudamerica, come tu ben sai, Diego, che ci ha regalato, e continua a regalarci, pagine superbe tra possibile e impossibile, politica e sogno e maledizione, poesia e prosa. Penso al nostro Osvaldo Soriano, per dire. Ma io rileggendo “Vietate le sedie” ho immaginato una partita tra te e il “mostro”: e, alla fine, il tuo talento, la tua classe, i tuoi colpi ad effetto, avrebbero messo in ginocchio quel fenomeno del male. A quel punto, il “mostro” avrebbe girato l’America Latina facendo del bene, insegnando l’arte del fútbol ai bambini poveri, servendo messa, scoprendo l’umiltà e la solidarietà. E raccontando a tutti questa novella: esisteva un calciatore, tra Napoli e Buenos Aires, che, senza infingimenti, senza poteri paranormali, era capace di vincere le partite: con una conclusione da centrocampo, una rovesciata, una punizione magica, persino con la mano.
Il suo nome? Diego Armando Maradona.
