Dov’è la Vittoria? L’Italia..crollò!

Le ciociole di calcio volgono lo sguardo alla nazionale, quella dell'Italia, che ancora una volta sarà a casa durante i prossimi mondiali. Un fallimento annunciato, figlio di un cambiamento che non è mai arrivato. La passione dei tifosi, ancora volta calpestata.

l'Italia eliminata dalla Bosnia - credits Instagram bih.reprezentacija
Articolo di Giancarlo Moscato01/04/2026

Ci risiamo, ancora una volta. L’Italia è fuori dal gruppone che farà spedizione al Mondiale in chiave Melting Pot, Stati Uniti – Canada – Messico che al mercato mio padre comprò.
Come direbbe il buon Barney Gumble, mai sobro personaggio dei Simpsons: “sono caduto di nuovo nel vortice“. Un vortice infinito, che nel suo turbine trascina in fondo tutta la popolazione pallonara tifante il tricolore.

Si sprecano ora le analisi, che sono ovviamente condite da una amarezza generale, e un “lo sapevo” che si era diffuso molto prima della partita.
Precursore di questo sentimento, è stato il video di Di Marco che festeggia al passaggio del turno sui rigori, della Bosnia ai danni del Galles. Non che ne abbia una colpa, sia chiaro, ma è stato come accedere una ulteriore miccia, di quella enorme batteria fuochista bosniaca pronta ad esplodere.

L’eliminazione dell’Italia dai Mondiali 2026, è stato un calcio forte ed enorme, fatto da una cosa puramente semplice: il pallone e la passione.
Lo stadio scelto per la finalissima dei playoff è stato lo stadio Bilino Polje di Zenica. Non che in Bosnia ci siano stadi che siamo abituati a vedere, ma in quel piccolo catino c’è tutta l’essenza del calcio, quello che in molti ormai hanno dimentica.

Gradoni vecchio stile, palazzi a strapiombo sul prato che sono stati praticamente dati ai fuochi pirotecnici prima dell’inizio della partita. Spogliatoi che trasudano passione di sport, senza quei benefit che i calciatori moderni sono abituati a vivere.

Poche cose, essenziali: si va in guerra – sportiva ovviamente. E già arrivare in queste condizioni, per i piedini e le manine delicate dei calciatori moderni, è una prova pesante.
Ci ha provato, Ringhio Gattuso, che in queste condizioni si esprimeva al massimo. Kean sembrava, con un gol meraviglioso, di aver messo l’Italia sui binari corretti. Ma poi succede il papatrack.
Bastoni, in un intervento sconclusionato – che probabilmente nella malata visione arbitrale italiana avrebbe preso solo un giallo – viene mandato sotto la doccia anzitempo. È l’inizio della fine.

L’Italia a casa di rigore

Anche se ti chiami Bosnia, giocarsi oltre un’ora in inferiorità numerica, con una modesta qualità in campo, è difficile. Ma certo non è una giustificazione Ed ecco che si materializza il terzo incubo mondiale consecutivo: i rigori questa volta spediscono l’Italia a casa. Il dovere, quello tanto professato, è fallito.

Unica big mondiale, come riporta la statistica, a restare a casa per la terza volta di fila.
Come spesso si sente dire: “una tragedia annunziata”. Ebbene sì, perché questa eliminazione, meritata per la passione bosniaca, arriva da lontano.

Arriva da un sistema che non cambia, basti pensare che dal primo fallimento contro la Svezia prima di 12 anni fa, e contro la Macedonia poi, non sono stati messi in atto atti concreti di rifondazione. Rifondazione, quella dell’Italia, che dovrebbe essere ben diversa dalle “pezze a colori” messe per tappare i buchi e le defezioni. Un fallimento verticale.

Che fa anche ridimensionare la vittoria Europea, a questo punto come un fiore nel deserto. Era probabilmente solo l’occhio di quel ciclone, che poi si è scaraventato fortissimo.

Vertici arbitrali costantemente nel pallone, squadre primavera lasciate fine a sé stesse, campus tirati su ogni tanto per far soldi, squadre “B” buttate a lottare impropriamente nelle serie C. Formatori sotto pagati o peggio, se vuoi andare avanti devi pagare. Trasferte vietate perennemente a tifoserie che, così facendo, alimentano spesso e volentieri livore e distacco verso una Federazione e la Nazionale stessa. Troppe squadre a giocare un campionato maggiore, con un numero di prodotti italiani veramente misero. Giovani che vengono girati in presto perché nessuno ha il fegato di rischiare ed azzardare.

L’Italia paga la presunzione e l’arroganza di un sistema, che preferisce non allenare il talento ma un tatticismo infinito. Partite europee noiose e ci si aggrappa al primo giovane che fa 18 gol in un campionato di B (che ora non è giusto considerare come capro espiatorio). La cosa triste, e va risottolineata, è che sono 12 anni che si dice di cambiare pagina.

Non ci saranno dimissioni di vertice, probabilmente, o se non altro nel breve termine: ergo, cambierà poco. Alla lunga, questa federazione ha meritato di stare a casa.
Ma non la sua gente. Quella gente che si dispera, non tanto per sé stessi, che qualche trofeo lo ha visto vincere a tinte tricolori, ma quanto per i propri figli. Che dovranno aspettare altri 4 anni per provare (perché bisogna ormai ragionare in questi termini) a vedere la nazionale al mondiale.

Dall’altro lato, l’altra faccia della medaglia, la gioia di un popolo, quello bosniaco, che ha meritato il biglietto oltre oceano, dando alla propria gente una soddisfazione e una notte impagabile. Il bello ed il meraviglioso del calcio,

Per quanto possa piacere o meno, l’Italia deve essere presente al mondiale. Per quel sentimento che aleggia nell’aria, quelle televisioni che stridono nel silenzio dei quartieri, come un unico filo conduttore ad alta voce, nelle piazze. “Frittatona di cipolle, familiare di birra gelata, tifo indiavolato e rutto libero“, direbbe il buon Fantozzi.

Purtroppo però, per gli amanti dell’Italia nazionale e della sportività in generale, non è ancora – più – tempo. Bisognerà ancora aspettare
Come direbbe il buon cantautore dei Correggio, “buonanotte all’Italia, devi un po’ riposare“. O meglio ancora, come l’inno di Mameli decanta: “Dov’è la Vittoria?” Quella dea Vittora che manca ormai da tanto.
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