Da Long e Monti a Sinner: l’epica della sconfitta
Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini attraversa l’epica della sconfitta: da Luz Long a Eugenio Monti, fino a Sinner, quando lo sport supera il risultato e trasforma il perdere in memoria, esempio e civiltà.

«Non perdo mai: vinco o imparo». La frase di Nelson Mandela ha fatto il giro di tutte le nostre emozioni e di tutte le nostre frustrazioni. A turno, la adottiamo per lenire i rimpianti, per asciugare i rimorsi. Dovrebbe essere così fin da bambini, quando la strada costituisce la bilancia dei sogni. E delle sbucciature.
E’ tornata d’attualità in sella alla semifinale degli Open australiani di Melbourne. Da due set a uno per Jannik Sinner a tre a due per Novak Djokovic. Oltre quattro ore di astri e nastri, di dritti e rovesci, di cadute e resurrezioni. Come nella vita, perché lo sport è vita.
L’aggettivo scelto a maggioranza bulgara da giornali, televisioni e web è stato: «Epico». Come ai tempi del leggendario duello tra Achille ed Ettore. Con la differenza che Nole, 39 anni il 22 maggio, non ha infierito sul corpo del «nemico», 25 anni il 16 agosto.
Sono sfide i cui esiti vanno al di là del risultato nudo e crudo, sono «drammi» di respiro greco, un po’ Leonida alle Termopili, dalla resistenza eroica, e un po’ Fidippide della Maratona, stremato alla meta. Domani è sempre un altro giorno, sì, a patto di saper superare la «fine» del giorno prima. Nel 1958 a Bruxelles, in un Heysel non ancora tragico, Milan e Real Madrid si inventarono una finale di Coppa dei Campioni che i sacri testi custodiscono con la gelosia degli innamorati: e non, semplicemente, con la cavalleria dei neutrali (Peppino Prisco escluso: era felicissimo). Alfredo Di Stefano contro Juan Alberto Schiaffino: si andò ai supplementari, s’impose il Real per 3-2, il gol decisivo lo realizzò Francisco Gento. Il podio non divise: unì. Tanto palpitante era stata l’ordalia.
Dalle «belle» mondiali del 1954 e del 1974 – la prima disputata a Berna, la seconda a Monaco di Baviera – uscì vittoriosa la Germania Ovest, ma furono gli sconfitti – la Grande Ungheria di Ferenc Puskas, l’Olanda totale di Johan Cruijff – a lasciare tracce immortali. L’analisi tecnico-tattica di Gianni Brera portò alla luce errori e omissioni, al netto dell’enfasi e delle agiografie, senza che le «sentenze capitali» del Maestro ne scalfissero il pathos e la scia. E’ passato un secolo e continuiamo a parlarne.
In vista del battesimo di Milano e Cortina, venerdì 6 febbraio, Fabio Monti ci ricorda la medaglia «Pierre de Coubertin» al fair play consegnata a Eugenio Monti, a Innsbruck 1964, nel bob a due: il rosso volante, in coppia con Sergio Siorpaes, prestò un bullone ai britannici Tony Nash e Robin Dixon che, senza, non avrebbero potuto gareggiare. Vinsero, ed Eugenio, terzo, commentò: «Macché bullone, andavano come il vento».
Nella finale del salto in lungo a Berlino, durante l’Olimpiade del 1936, un tedesco, Luz Long, suggerì a Jesse Owens di anticipare il punto di stacco. Un bisbiglio da libro Cuore. Che «pagò» con la medaglia d’argento dietro l’oro, uno dei quattro, dell’americano. Erano i Giochi di Adolf Hitler. Long riposa nel cimitero germanico sulle colline di Motta Sant’Anastasia, nei pressi di Catania. Ma per un gesto, «quello», non morirà mai.
