Gattuso e l’importanza della dimensione mentale: perchè serve uno psicologo in nazionale

Nella rubrica La mente in campo, Alberto Cei parte dall’attenzione di Gennaro Gattuso verso gli azzurri dopo le delusioni europee per rilanciare una domanda rimasta sospesa dai tempi di Arrigo Sacchi: perché la figura dello psicologo dello sport non è stabilmente integrata nello staff della Nazionale? Tra tabù culturali, equivoci sui mental coach e l’esempio di tecnici come Ettore Messina, emerge una certezza: nel calcio moderno la relazione e la cura della mente vengono prima della tattica.

Articolo di Alberto Cei04/03/2026

Mi fa piacere sapere che Rino Gattuso stia incontrando – o sentendo telefonicamente – i giocatori della Nazionale per rincuorarli dopo l’eliminazione delle loro squadre dalla Champions League. È un gesto che rivela attenzione e sensibilità: il timore che possano portare in azzurro la frustrazione vissuta con il club è più che legittimo. In questo senso, l’approccio del commissario tecnico mi sembra positivo e lungimirante, perché riconosce quanto la dimensione emotiva incida sulla prestazione sportiva.

Allo stesso tempo, però, mi chiedo come mai dai tempi di Arrigo Sacchi non faccia stabilmente parte dello staff della Nazionale uno psicologo dello sport. In quegli anni ebbi modo di occuparmi della valutazione dell’attenzione e delle competenze interpersonali della squadra; ai Mondiali, invece, fu coinvolto un professore universitario che, pur autorevole nel suo ambito, non aveva mai lavorato direttamente con atleti. Resta il fatto che la figura dello psicologo continua a rappresentare un tabù per la Nazionale: probabilmente per ignoranza o per una scarsa considerazione di questa professionalità da parte del ct, dei dirigenti federali e dello staff tecnico.

Paradossalmente, forse è anche un bene che non si sia aperta la porta a soluzioni improvvisate: i mental coach non psicologi sono piuttosto diffusi nel calcio, e sarebbe un peccato se venisse scelto uno di loro per lavorare con la squadra al posto di uno specialista con una formazione scientifica adeguata.

Vale la pena ricordare che già negli anni ’50 la Nazionale brasiliana che conquistò la sua prima Coppa del Mondo si avvalse del contributo di uno psicologo. E, guardando all’attualità, le uniche due Nazionali italiane oggi vincenti negli sport di squadra – la pallavolo femminile e quella maschile – includono stabilmente questa figura nello staff tecnico. Non è un dettaglio secondario, ma un segnale di evoluzione culturale.

Mi torna in mente anche quanto raccontato da Ettore Messina nei “Buffa Talks” su Sky: quando era assistente di Gregg Popovich ai San Antonio Spurs in NBA, l’allenatore gli disse che ci sono due cose da fare sempre. La prima è avere un contatto fisico con i giocatori prima della partita; la seconda è parlare con loro, conoscere la loro vita, capire come stanno. È una lezione semplice ma profonda: la relazione viene prima della tattica.

Per questo suggerirei a Gattuso di continuare su questa strada, coltivando il dialogo e la vicinanza ai suoi calciatori, ma affiancando a questo lavoro anche uno psicologo dello sport. Non come figura simbolica, bensì come professionista integrato nello staff, capace di sostenere il gruppo in modo strutturato e competente. In un calcio sempre più complesso, prendersi cura della mente non è un lusso: è una necessità.

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