Ci sono giorni che la memoria recupera dalla pigrizia e spinge verso di noi. Uno è arrivato. Quattro maggio 1949: lo schianto di Superga, la tragedia del Grande Torino. Un mercoledì gonfio di pioggia e di nebbia. Sono passati 77 anni. Il ricordo ci bracca, ci morde. Non riguarda solo una parte. Riguarda tutti. Perché «quella» squadra, la squadra degli Invincibili, aiutò l’Italia a evadere dai lutti della Guerra, a riaccendere i sogni che i fascisti e i nazisti avevano trasformato in incubi, in massacri. Ai nostri padri, ai nostri nonni – per uscire da uno scorcio così avventurato – servivano stampelle fisiche ma anche morali, soprattutto metaforiche, simboliche. Il ciclismo offrì la rivalità tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Il calcio, una filastrocca: Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Con un riguardo speciale per capitan Valentino e le sue maniche tirate su: segnale del celeberrimo quarto d’ora di furia.
E’ la squadra che «nessuno» di noi ha visto, nel senso che sono ormai rari i testimoni che potrebbero narrarne o riesumarne i gesti, le gesta, ma nonostante questo – o proprio per questo – continua a sprigionare un fascino che resiste al logorio del tempo e pesca nella frenesia del web inattese risorse e generose sponde. Non c’era la bilancia delle coppe europee per pesarne il valore assoluto, ma se ne parlava in termini mirabolanti anche all’estero: dal Sud America, teatro di una feconda tournée, al Portogallo, sede dell’ultima tappa. Fu Ferruccio Novo, industriale del cuoio, a costruirlo, ed Egri Erbstein, allenatore ungherese di origini ebraiche scampato alla shoah (ma non all’impatto fatale), a forgiarlo nella tattica e nello spirito. Se la Nazionale di Vittorio Pozzo, bi-campione del Mondo, applicava il metodo, (2-3-2-3), il Toro si buttò sul sistema (3-2-2-3) che Herbert Chapman, in Inghilterra, aveva escogitato per «parare» la modifica del fuorigioco (due e non più tre difendenti tra l’attaccante e la porta).
Il Filadelfia. La tromba di Oreste Bolmida. Cinque scudetti a cavallo del secondo conflitto, e chissà come sarebbe andato il nostro Mondiale del 1950, in Brasile, se a «montare» l’azzurro della Nazionale fossero stati i cavalieri granata. Cantati da Giovanni Arpino in un’epica poesia («It l’has vinciü el mund / a vint ani it ses mort / Me Türin grand me Türin fort»). Salutati da Indro Montanelli sulle colonne del «Corriere della Sera» con parole mosse e commosse: «Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta». Pianti di Mimmo Carratelli: «Si spense sul muro di Superga la più bella delle cantilene […] La squadra più bella, il Grande Torino vinto, piegato dal destino».

Ed ecco irrompere, a reggergli il mantello, l’ultimo Toro campione d’Italia,
il Toro di Orfeo Pianelli e Gigi Radice. Risale, lo scudetto, al 16 maggio 1976. Mezzo secolo fa. In rimonta sulla Goeba. Il Torino più grande dopo il Grande Torino.