Tra cielo e asfalto: sogni, debolezze e demoni di Ayrton Senna
Ayrton Senna non è stato solo un pilota straordinario, ma un uomo complesso, mosso da ideali profondi e da un forte senso di giustizia sociale. A oltre trent’anni dalla sua scomparsa, il suo mito resta immutato.

Tra pochi giorni la Formula 1 farà tappa in Brasile, e inevitabilmente i riflettori si accenderanno anche sul ricordo di chi, sulle piste di tutto il mondo, ha reso grande questo Paese.
Da Fittipaldi a Piquet fino al più amato di tutti: Ayrton Senna. Un nome che, a oltre trent’anni dalla sua scomparsa, continua ad avere un posto speciale nel cuore degli appassionati.
Continuamente le biografie e gli articoli esaltano le qualità di guida, eccezionale sotto la pioggia, ma poche volte, chi ha scritto di lui è riuscito a separare la leggenda dall’uomo.
Magic era sì un pilota velocissimo, ma non era un robot, né una macchina come spesso si tende a immaginare quelli che corrono a 300 km/h. Come tutti noi, aveva sogni da realizzare, debolezze e demoni da affrontare, anche a bordo del suo bolide.
Il suo sogno più grande riguardava sicuramente il suo Paese. Sognava una società più giusta, in cui chi nasceva povero avesse gli stessi diritti dei coetanei privilegiati. Per questo motivo aiutò segretamente molti giovani brasiliani delle favelas: un’attività resa nota solo dopo la sua morte, quando la sorella Viviane ne proseguì l’opera con la Fondazione Senna.
E, sebbene lo si immagini come un eroe invincibile, ci furono momenti in cui emerse la sua fragilità umana, soprattutto quando doveva affrontare il suo amico-nemico Alain Prost.
Precisiamo: i due si rispettavano fuori dalla pista, ma quando abbassavano la visiera “non se le mandavano certo a dire”. Due episodi sono rimasti nella memoria collettiva: Imola 1989 e Suzuka 1990.
A Imola, nel 1989, Senna e Prost — compagni in McLaren — avevano un patto: chi partiva davanti non sarebbe stato attaccato alla prima curva. Alla prima partenza, Senna scattò meglio, ma la gara fu interrotta per l’incidente di Berger alla Tamburello. Alla seconda partenza, Prost partì meglio del brasiliano, ma Senna lo ripassò subito alla Tosa, violando l’accordo. Prost si sentì tradito e ruppe il rapporto con lui. Da lì nacque una rivalità che culminò con i fatti di Suzuka nel 1990.
In Giappone, Senna e Prost si contesero nuovamente il titolo mondiale. Pur partendo dalla pole, Senna si infuriò con la direzione gara e con il presidente Balestre che aveva spostato la piazzola del “numero 1” sul lato sporco della pista. Un vantaggio per Prost. Alla partenza, il pilota francese ebbe uno spunto migliore, ma alla prima curva Senna si lanciò deliberatamente contro la Ferrari del rivale: entrambi uscirono di pista. Questo episodio segnò sia la fine della loro gara sia la vittoria del titolo mondiale da parte del brasiliano ed è rimasto uno degli eventi più discussi nella storia della Formula 1.
Il professore non nascose mai la sua delusione, e nel 1990, davanti ai microfoni, dichiarò: «Senna dice che crede in Dio. Probabilmente è tanto convinto da pensare di essere immortale, altrimenti non farebbe quello che fa.»
Un’uscita infelice, perché Ayrton, per sconfiggere i propri demoni, si affidava spesso alla fede. A differenza di molti, non aveva timore di parlarne apertamente: diceva che il suo modo di guidare era un dono divino.
Descrivendo la sua pole a Monaco nel 1988, raccontò che, mentre guidava, sentiva l’appoggio di un’entità esterna che gli permetteva di percepire le curve del Principato in un’altra dimensione. Grazie a Dio — diceva — poteva portare la macchina oltre il limite.
In qualifica riusciva spesso a infliggere distacchi di un secondo netto ai compagni di squadra, a parità di vettura: un fenomeno che neppure ingegneri e tecnici riuscivano a spiegare razionalmente.
Ma Dio fu presente anche negli ultimi istanti della sua vita. Su YouTube si trovano ancora le immagini prima del via, con Ayrton solo e pensieroso. Molti giurano che stesse parlando con l’Altissimo.
Lucio Dalla, nella sua Ayrton, immagina che il Padre Nostro gli dicesse di non preoccuparsi, che tutto si sarebbe risolto per il meglio, bastava chiudere gli occhi e smettere di pensare alle assurdità del Circus. Anche Viviane ricordò un episodio simile: il fratello, prima di ogni gara, leggeva a caso le pagine della Bibbia, e quella domenica le disse che presto «avrebbe ricevuto il dono più grande di tutti: Dio stesso».
Tutti sappiamo come andò a finire. La Formula 1 è andata avanti, ma l’affetto per Ayrton Senna non si è mai fermato.
