Michelle Akers, la giocatrice più influente del calcio che pochi ricordano

Per la rubrica "Chiedimi chi era" di Anna Albano, la storia di Michelle Akers: una bambina che sognava un cavallo, una donna che ha cambiato il calcio femminile.

Michelle Akers nella sua fattoria in Georgia accanto a un cavallo salvato, simbolo del suo impegno nel recupero e nella cura degli animali abbandonati.
Articolo di Anna Albano08/06/2026

Perché Michelle Akers è stata dimenticata dal grande pubblico nonostante abbia contribuito a costruire il calcio femminile moderno più di tante campionesse oggi celebrate come icone globali?

È una domanda che merita di essere posta. Perché quando si parla della straordinaria ascesa della nazionale femminile degli Stati Uniti, il racconto si concentra quasi sempre sugli stessi nomi. Eppure, prima delle copertine, prima dei contratti milionari e prima che il calcio femminile diventasse un fenomeno mondiale, c’era una donna che stava già cambiando le carte in tavola. Quella donna era Michelle Akers.

La bambina che sognava un cavallo

Per comprendere davvero chi sia stata, bisogna però, a mio avviso, partire da un’immagine molto diversa da quella della campionessa che avrebbe conquistato il mondo. Bisogna immaginare una bambina che viveva con un desiderio semplice e apparentemente irraggiungibile: avere un cavallo. Lo voleva più di ogni altra cosa. Lo sognava, ne parlava continuamente e, come avrebbe raccontato lei stessa anni dopo, spesso finiva per piangere perché la sua famiglia non poteva permetterselo. Mentre altri bambini chiedevano giocattoli o biciclette, la campionessa desiderava un animale da amare e accudire. Era una passione autentica e destinata a non abbandonarla mai.

Forse è proprio da qui che bisogna partire per capire il suo carattere.

Michelle Akers non è mai stata una persona attratta dalla notorietà. Fin da bambina mostrò una caratteristica che l’avrebbe accompagnata per tutta la carriera: la capacità di non arrendersi a ciò che sembrava già scritto nelle stelle. Una qualità che, negli anni, l’avrebbe trasformata in una delle atlete più dominanti della storia del calcio. Ma allora non poteva ancora saperlo.

Mi piace immaginarla come una di quelle bambine irrequiete che sembrano avere addosso più energia di quanta ne riescano a contenere. Quelle che tornano a casa con le ginocchia sbucciate, che fanno mille domande, che si mettono nei guai senza cattiveria e che finiscono spesso per essere rimproverate dai genitori

A Napoli avremmo detto che era una “scugnizza senza pace“. Sempre in movimento, sempre alla ricerca di qualcosa da esplorare e immaginare. E forse, anche se soltanto una bambina, aveva già capito che i sogni più grandi non bussano alla porta. Bisogna andare a cercarli. Bisogna inciampare, rialzarsi, sbagliare strada e ripartire. Bisogna avere il fiato corto e il cuore pieno. E continuare a correre, anche quando nessuno sa ancora dove quella corsa potrà portarti.

La nascita del calcio femminile americano

Quando entrò nella nazionale statunitense, nel 1985, il calcio femminile era lontanissimo dalla realtà che conosciamo oggi. Gli stadi erano semivuoti, l’attenzione mediatica quasi inesistente e le opportunità professionali estremamente limitate. Le giocatrici non avevano modelli da seguire. Stavano costruendo qualcosa che, di fatto, non esisteva ancora. Michelle Akers fu una delle prime a credere che quel progetto potesse diventare grande. Nello stesso anno segnò il primo gol ufficiale nella storia della nazionale femminile degli Stati Uniti. Un episodio che all’epoca passò quasi inosservato, ma che oggi appare come il primo tassello di una rivoluzione sportiva destinata a cambiare per sempre il calcio femminile. Quella rete rappresentò il primo mattone di una struttura solida.

Akers non era soltanto una goleadora. Era una forza della natura. Alta, potente, aggressiva agonisticamente, possedeva una combinazione di qualità fisiche e mentali che le avversarie faticavano a contenere. Nel primo Mondiale femminile organizzato dalla FIFA, disputato nel 1991, trascinò gli Stati Uniti alla conquista del titolo segnando dieci gol in sei partite. Un rendimento impressionante, culminato con una doppietta nella finale contro la Norvegia.

La malattia che non riuscì a fermare Michelle Akers

Nel momento più luminoso della sua carriera, quando il suo nome iniziava a imporsi nel panorama internazionale, Michelle Akers scoprì che il successo non mette al riparo dalla fragilità. Mentre il mondo applaudiva le sue imprese, lei combatteva in silenzio contro un malessere che le sottraeva energie giorno dopo giorno. Nessuno sugli spalti poteva accorgersene. Eppure, dietro le vittorie, dietro i gol e dietro le esultanze si nascondeva una realtà molto diversa. Le venne infatti diagnosticata la sindrome da fatica cronica, una malattia che sottrae energia, indebolisce il corpo e mette alla prova anche le attività più banali della vita quotidiana. Per una delle migliori calciatrici del mondo, rappresentava un ostacolo enorme. Molti giocatori avrebbero scelto di fermarsi.

Lei no.

Scelse di restare in campo. Di stringere i denti. Di continuare a guidare la sua squadra anche quando ogni partita era preceduta da un match che non finiva mai sui giornali. È anche per questo che il lascito della Akers non può essere raccontato soltanto attraverso i numeri. I 105 gol segnati con la nazionale americana spiegano la grandezza della calciatrice. Raccontano molto meno della donna. Perché la più grande delle sue gesta non fu vincere. Fu restare in piedi e non permettere alla sofferenza di scrivere l’ultimo capitolo della sua vita.

L’eredità oltre il calcio

Quando nel 1999 gli Stati Uniti conquistarono il secondo Mondiale della loro storia, il calcio femminile cambiò per sempre. Le immagini della finale fecero il giro del mondo, gli stadi si riempirono e milioni di persone si accorsero finalmente di uno sport che per troppo tempo era rimasto agli antipodi. Ma quel successo non era caduto dal cielo. Era il risultato di anni di sacrifici, di trasferte, di allenamenti e di partite giocate quando quasi nessuno le guardava.

Era il risultato del lavoro di una generazione di donne che aveva continuato a crederci anche quando sarebbe stato più facile smettere. Michelle Akers era una di loro. Anzi, era una di quelle che avevano aperto la strada. Quando il calcio femminile americano metteva i primi dentini, lei era già lì. Quando gli stadi erano vuoti, lei era già lì. Quando nessuno immaginava che quelle ragazze avrebbero cambiato la storia dello sport, lei era già lì.

Forse il motivo per cui il suo nome viene ricordato meno spesso rispetto ad altre campionesse è proprio questo: i pionieri raramente ricevono tutta la gloria che meritano. Costruiscono, rendono possibile il successo degli altri e poi, lentamente, finiscono ai margini del racconto.

Michelle Akers, però, non sembra averne mai fatto una questione personale. Alcune persone hanno bisogno di essere al centro del racconto, altre lo cambiano senza preoccuparsi troppo di comparire nella fotografia finale. Oggi vive lontano dai riflettori e dedica gran parte del suo tempo agli animali. I cavalli che da bambina poteva soltanto sognare sono diventati una presenza quotidiana nella sua vita. Ne salva, ne cura e ne accoglie molti provenienti da situazioni di abbandono o maltrattamento.

Forse la storia di Michelle Akers si può raccontare anche così. Una bambina che desiderava un cavallo e non poteva averlo. Una ragazza che è diventata campionessa del mondo. Una donna che oggi salva cavalli abbandonati. A volte la vita non restituisce tutto ciò che toglie. Ma ogni tanto concede finali migliori di quelli che avevamo immaginato.

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