Il primo Mondiale è come il primo amore: l’eterno Argentina 1978, da Videla a Pablito
Per la rubrica “L’Angolo del Beck” di Roberto Beccantini, il ricordo del Mondiale argentino del 1978: il primo amore non si scorda mai, soprattutto quando il calcio incrocia la Storia.

Giovedì 11 giugno comincia il 23° Mondiale, distribuito tra Canada, Messico e Stati Uniti. Ne ho seguiti nove: dal 1978 al 2010, da Videla a Mandela. Questi i miei campioni: Argentina, Italia, Argentina, Germania Ovest, Brasile, Francia, Brasile, Italia e Spagna.
Il primo è come il primo amore: non si scorda mai. Ecco perché gli voglio bene. Ecco perché lo ripropongo.
Ero inviato di «Tuttosport». Argentina, dunque. La movida di Buenos Aires. Un Paese cannibalizzato dalla giunta militare. Se Benito Mussolini aveva usato il calcio come adrenalina per accendere il popolo, Jorge Rafael Videla lo impiegò come oppio per distrarlo.
Avevo 27 anni e mezzo e seguivo l’Italia di Enzo Bearzot, ogni giorno avanti e indietro da Buenos Aires all’Hindu Club. C’erano, con gli azzurri, anche i blues di Francia. Michel Platini — del quale, a Napoli, avevamo già assaggiato le punizioni — sembrava timido. Sembrava.
Ogni tanto si affacciava Omar Sivori. Ci parlava di Humberto, uno dei figli. Il destino lo aspettava al varco, travestito da tumore, e lo ghermì ad appena quindici anni.
Ricordo, di quel rodeo, il gol che Julio Cardenosa si mangiò contro il Brasile: una topica troppo clamorosa e grottesca per non diventare un tatuaggio sulla pelle e, soprattutto, sulla carriera. Solo davanti alla porta, con il portiere ormai battuto, avrebbe cantato Umberto Saba. E invece centrò Amaral, zattera fantozziana nell’oceano della porta vuota. Così il Brasile andò avanti e la Spagna fu eliminata. Così anche le Furie Rosse ebbero il loro «sciagurato Egidio».
E poi il pezzo scritto dopo i gol liberatori contro Ungheria e Argentina e il conseguente accesso alla seconda fase. Volli fare il fenomeno. Parlai di notti non ancora magiche ma non più conventuali, con i giocatori a caccia di svaghi un po’ così. Dall’Italia, mamme, mogli e fidanzate lessero. Non gradirono. Telefonarono. Chiesero spiegazioni. Franco Carraro mi chiamò a rapporto: me la cavai con un «giallo».
E poi il gol di Roberto Bettega alla Selección di César Luis Menotti. Un ricamo, o qualcosa di magicamente simile. E proprio al Monumental della capitale, il Colosseo dei padroni di casa. Il pensiero, l’azione, il suggello: tutto.
Giancarlo Antognoni tocca a Bettega, Bettega al volo la dà a Paolo Rossi, Pablito di tacco la restituisce a Bobby, che di destro, come un bisturi, la infila rasoterra nella pancia di Ubaldo Fillol. Senza anestesia. Solo euforia.
E poi il tiro di Arie Haan nella sfida con l’Olanda, fatale e fatidico. Un collo destro puntato verso Dino Zoff con forza e mestiere: o la va o la spacca. Un razzo a spiovere, sparato in libertà. Allarmata, la Houston furlana lo perse di vista. Il cielo era terso, la visibilità eccellente. Il destino aveva tempo; la storia, fame.
Il processo al portierone oscurò l’orbita dell’astronauta. Italia uno, Olanda due. Addio finale.
Come il primo amore, anche quel Mondiale è rimasto intatto nella memoria
E poi le Madri di Plaza de Mayo. I desaparecidos. Le volate di Mario Kempes, che rifiutò la mano di Videla. Gli olandesi furibondi con Sergio Gonella, arbitro della finale. Il palo di Rob Rensenbrink. Diego Armando Maradona escluso per ragioni anagrafiche. La vita. Le morti.
E quei coriandoli sparsi come bende e cerotti a nascondere le torture del regime.
Tango e sangue.
