1979: Juan Bautista Torales e l’ultima Copa América del Paraguay
Nelle sue Insolite Coordinate, Luigi Guelpa ci porta alla scoperta di Juan Bautista Torales "Téju", il difensore che trasformò la marcatura individuale in una vocazione. Un viaggio nella memoria del calcio paraguayano, tra intelligenza difensiva, identità nazionale e il filo invisibile che lo lega al presente di Matías Galarza.

Juan Bautista Torales appartiene a quella categoria di calciatori che il tempo rischia di nascondere, ma che il calcio continua a ricordare.
Ogni epoca si sceglie il proprio mastino. Oggi il Paraguay ha trovato in Matías Galarza il volto della resistenza, l’uomo che contro la Francia ha trasformato l’aggressività difensiva in una dichiarazione d’identità. Ogni contrasto è diventato un manifesto, ogni rincorsa una professione di fede. Ma il calcio ha una memoria più lunga delle immagini. Prima di Galarza c’era “Téju”.
“Téju”, come il grande rettile che attraversa lento e ostinato le campagne del Paraguay. Un soprannome che sembra uscito da un bestiario guaraní, dove gli animali non rappresentano la forza, ma la capacità di sopravvivere. E Torales sopravviveva agli attaccanti. Li consumava. Li accompagnava fino a trasformare la partita in una questione privata.
La marcatura come ossessione
Era figlio dell’epoca della marcatura individuale, quando il centravanti diventava un destino personale. Lo seguiva ovunque, anche a costo di sfilacciarsi dalla linea difensiva. Il suo mestiere non consisteva nel presidiare un territorio, ma nell’abitare l’ossessione. C’era qualcosa di cavalleresco in quel modo di difendere: una sfida uno contro uno che durava novanta minuti e spesso lasciava sul campo più stanchezza mentale che fatica fisica. Misurava appena 1,73 metri. In qualsiasi manuale contemporaneo sarebbe stato giudicato inadatto al ruolo di difensore centrale. Ma il calcio, prima di diventare una scienza delle statistiche, era soprattutto una geografia dell’intelligenza. Torales arrivava sempre un istante prima. L’elevazione compensava i centimetri mancanti, il senso del tempo cancellava la differenza di statura.
Aggressivo, sì. Violento, no.
Nell’immaginario collettivo il difensore sudamericano è stato spesso ridotto a una caricatura folkloristica fatta di gomiti, calci e intimidazione. Torales apparteneva a una specie diversa. Preferiva l’anticipo al fallo. Rubava il pallone con la puntualità di chi considera il contrasto una questione tecnica, non morale. Gli allenatori lo adoravano proprio per questo: sapevano che nelle partite decisive sarebbe stato presente, concentrato, affidabile.
Juan Bautista Torales, l’ultima Copa América del Paraguay
Con il Libertad costruì la propria reputazione senza inseguire il miraggio europeo. Rimase in Paraguay abbastanza a lungo da diventare patrimonio nazionale. Il Paraguay non disponeva del peso economico dell’Argentina né dell’abbondanza tecnica del Brasile. Doveva inventarsi un’altra maniera di competere. Così nacque una generazione che aveva il volto di Romerito, Roberto Cabañas, Rogelio Delgado, Alicio Solalinde, Vladimiro Schettina e dello stesso Torales. Nel 1979 arrivò la Copa América, ancora oggi l’ultima conquistata dal Paraguay. Eliminare il Brasile e battere il Cile significava ricordare al continente che esistevano anche le periferie del calcio. Poi arrivò il Mondiale messicano del 1986.
Torales attraversò un torneo popolato di divinità pagane. Diego Armando Maradona riscriveva la grammatica del gioco, Zico apparteneva già al pantheon della nostalgia, Hugo Sánchez sfidava la gravità con le sue rovesciate e Gary Lineker avrebbe chiuso il cammino del Paraguay negli ottavi di finale. Lui, nel frattempo, continuava a fare quello che aveva sempre fatto: difendere senza reclamare attenzione. Terminata la carriera, Torales non ha scelto la panchina. Ha preferito raccontare il calcio dalla televisione. È diventato giornalista sportivo e analista severo, soprattutto quando si parla di difensori. Come se continuasse a marcare gli errori invece dei centravanti.
Prima di Galarza c’era Torales.
Prima dell’icona virale esisteva un uomo che aveva imparato a difendere senza bisogno di diventare un personaggio. E forse è proprio questa la forma più alta della memoria calcistica: sopravvivere al tempo senza aver mai avuto bisogno dei riflettori.
