Il giorno dell’Aquila, ovvero la storica promozione della Salernitana
Proprio mentre la società e la squadra granata cercano di riconquistare la fiducia di una delle tifoserie più appassionate d’Italia, Michele Pansini ricorda per noi una delle trasferte più partecipate degli anni '60 e che riportò la Salernitana in serie B.
Illustrazione di Paola CecchettoChi partecipò a quella trasferta la ricorda ancora come una specie di esodo, una sorta di migrazione lampo, un viaggio alla ricerca, non solo di un giorno felice, ma di una speranza di promozione che un’intera Città inseguiva da dieci anni… Troppi, un’eternità per una tifoseria come quella di Salerno che da sempre guarda a quella maglia granata come ad una stella che brilla di notte sulla spiaggia di Santa Teresa, quella stessa spiaggia dove molti calciatori della Salernitana accennavano palleggi già nei primi anni ’40 e prima di indossare la divisa nello Stadio sorto sulle ceneri del vecchio cimitero; quella stessa spiaggia dove agli inizi degli anni ’20 un piccolo sommergibile, poco distante dalla riva, aveva cercato in tutti i modi di non affondare sotto gli occhi sgomenti degli abitanti del centro storico, per poi capitolare. Su quel sommergibile l’unica scritta che, chi fu testimone della lotta, ricorda era una enorme Effe…da lì a Salerno nacque l’espressione, riferita a coloro che esitano in un disgraziato epilogo: e fatt a fine e leff.!
Ma i granata, almeno quella volta, almeno in quella domenica di maggio, quella fine non la fecero, prima di tutto, forse, perché non la temevano… Quel giorno, ad accompagnare la squadra nata con la maglia a righe bianche e celeste, c’erano più di 5000 anime che con ogni mezzo, treno, auto e moto, qualcuno anche con l’Ape, con la Vespa o il motorino, decisero di raggiungere L’Aquila. A quei tempi non c’erano ancora autostrade a collegare i tratti più insidiosi e impervi della penisola. Il viaggio fu complesso, ore e ore, un fiume ininterrotto di fili di passione granata che si intrecciavano in una corda elastica e potente. Dentro quella carovana d’anime e passione c’erano anche i fruttivendoli della Rotonda che nei momenti più infuocati del torneo manifestavano, forse in maniera troppo intensa, il proprio dissenso nei confronti degli avversari attraverso il lancio di ortaggi. Tra gli obiettivi preferiti, si dice ci fosse anche Mister Oronzo Pugliese, quello che ispirò il celebre personaggio de “L’allenatore nel Pallone”. In quella trasferta di magia e poesia anche i fruttivendoli della Rotonda, narra la leggenda, deposero le armi e si presentarono armati solo di sorrisi e buone speranze.
Certo il calcio, come la vita, alterna il Buio e il Miele che raccontava l’immenso Giovanni Arpino. Quella giornata fu miele e, come capita spesso nelle storie belle, iniziò per davvero molto tempo prima: alla fine della stagione precedente, quando il presidente granata, Michele Gagliardi, in trasferta a Potenza, rimase folgorato dall’allenatore della squadra avversaria, un giovane ex calciatore che trasmetteva grinta e passione: Tom Rosati, si chiamava quell’uomo quasi calvo e dagli occhi vivi. A Gagliardi bastò uno sguardo, un’intuizione a cui non poté non cedere: quel personaggio ruvido, ma che sapeva leggere i destini delle partite, doveva sedere sulla panchina della sua Salernitana.
A rinforzare una squadra, che di suo già possedeva una struttura capace di giocarsi la sorte, arrivò, tra gli altri, dalle terre lombarde, un giovanissimo attaccante che già alla prima di campionato contro il Lecce in trasferta trafisse per ben due volte il portiere avversario: Prati, diciannove anni e negli occhi e nelle gambe già il destino del campione.
Quel girone di serie C visse fasi alterne, momenti di gloria, cadute e vicende rocambolesche come quella del sasso che quasi allo scadere deviò la traiettoria del pallone che permise all’Ascoli di pareggiare al Vestuti. Francamente, non so se questa storia sia vera, ma nel calcio che amo e al di là di quel punto perso (era ancora il pallone dei due punti per una vittoria), mi piace credere che il fatto sia realmente accaduto. Pensate: il destino di un gol cambiato dalla traiettoria di un a pietra…
Ci fu poi il grave infortunio proprio a Pierino Prati… e già, quel ragazzo che anni dopo addirittura segnerà tre gol con il Milano contro l’Ajax nel tempio laico del Bernabeu in una finale di Coppa Campioni, a Torre Annunziata, in uno di quei derby che accendevano la Campania, al momento del pareggio, incrociò la gamba con un difensore spezzandosi sia la tibia che il perone… quindici, dico quindici giornate, per rientrate in campo. Ma i granata continuarono anche senza di lui e sotto la guida di Tom e delle sue Muratti a condurre la serie C.
La partita, che era pure una ingiusta ripetizione di quella già disputata settimane prima e che la Salernitana avrebbe dovuto vincere a tavolino per invasione di campo, in quel pomeriggio limpido di maggio, scivolò morbida verso un pareggio che non ferì l’Aquila e che regalò finalmente ai salernitani il sogno promozione che avvolse le tribune gremite dello stadio… La giornata, dopo un interminabile viaggio di rientro, tramontò ancora una volta sulla spiaggia di Santa Teresa dove, nel silenzio del mare calmo della notte e tra il fruscio delle onde, qualcuno giurò di aver visto passare un magnifico ippocampo dai riflessi dorati.
Ps: A quella trasferta e alla guida di una Alfa Romeo Giulietta TI targata SA 69546, partecipò anche mio padre, che in questi giorni ha affidato alla mia penna i suoi ricordi granata. L’articolo è dedicato a lui e a tutti i tifosi di quella stagione indimenticabile.
