Pino “Batman” Taglialatela, che non voleva andare in Serie B
Paquito Catanzaro ci racconta l'incredibile storia di Pino "Batman" Taglialatela. Il portiere del Napoli che giocò con Maradona e che vide il Napoli affondare in Serie B.
Credit photo Andy Hall Napoli, 11 aprile 1998. È sabato santo ma per i tifosi è un giorno come un altro. Se si gioca si va allo stadio, in fondo le tv non hanno ancora invaso tutto e lasciano ancora un po’ di fascino alle curve e alle tribune.
Quelle dello stadio “San Paolo” sono desolatamente semivuote: il Napoli non se la passa affatto bene. Ancora un paio di settimane di agonia e poi, finalmente, sarà serie B.
Finalmente perché certi calciatori già pensano a dove andare l’anno prossimo, altri si chiedono se sia il caso di parlare prima col procuratore e poi col presidente per discutere i termini di un contratto da rivedere.
Per fortuna c’è pure chi pensa al campo e a quel campo in particolare: quello nel quale ha mosso i primi passi, con addosso una maglia che sente come una seconda pelle.
Giuseppe Taglialatela è noto a tutti come Pino, ma gli ultras azzurri lo chiamano Batman per quella capacità di volare da un palo all’altro e di essere rimasto il solitario cavaliere oscuro a difesa di una porta azzurra che continua a incassare gol. Oggi, contro il Parma, ne sono arrivati altri quattro.
A Pino passano davanti agli occhi le prodezze di Diego Maradona e le vittorie di un Napoli risalenti ad appena sette anni prima. Sette anni, poco più di duemila giorni, eppure un’era geologica per un ragazzo che, prossimo ai 30 anni, sta per vivere il peggiore degli incubi sportivi: la retrocessione.
Il Napoli scenderà in B, categoria nella quale vorrebbe continuare a difendere la sua porta, ma Pino vorrebbe che lo facesse con un briciolo di dignità, sportiva a non. S’è stufato di compagni che hanno tirato in remi in barca già a gennaio, durante l’ennesimo avvicendamento in panchina. Prima Mutti, poi Mazzone, dopo ancora Galeone e poi Vincenzo Montefusco, che dal settore giovanile è stato promosso allenatore della prima squadra, giusto per avere qualcuno che ci mettesse la faccia durante le conferenze stampa.
Pino non accetta tutto ciò e fa quel che raramente accade in un campo di professionisti: esce dalla propria area per richiamare non l’arbitro, né gli avversari. È ai propri compagni che rivolge urla rabbiose. È su di loro che sfoga una rabbia che tiene repressa da mesi. Mesi durante i quali il Napoli non s’è schiodato da quell’ultimo posto in classifica che nessuno si sarebbe mai aspettato e che, invece, è ormai una solida realtà.
Sembra una partita tra ragazzini, di quelle giocate col Super Santos dalle quattro del pomeriggio, fino a quando non fa buio. Quelle durante le quali si mitigano i contrasti ma non le parole e se qualcosa va storto si alza la voce e si litiga pure coi propri compagni.
Proprio quel che fa Pino, mentre il pubblico lascia gli spalti e costringe il Napoli a subire l’onta dell’ennesima sconfitta in un “San Paolo” desolatamente vuoto.
Attenderà il fischio dell’arbitro per smettere, finalmente, i panni del calciatore e indossare quelli del ragazzo cresciuto nelle giovanili del Napoli di Maradona, con Diego pronto a discutere con Moggi affinché pure il giovane secondo portiere ottenesse uno stipendio adeguato e potesse sognare in grande.
Ora i sogni di Pino sono infranti e desolatamente lascia il campo abbracciato a Fabio Cannavaro. Pure lui ragazzo del settore giovanile, pure lui costretto a convivere col dolore della retrocessione, con l’aggiunta di tenere addosso la maglia di un’altra squadra, indossata non per far carriera ma per necessità.
Ferlaino glielo aveva detto chiaramente: «Se non la vendo, Cannavaro, il Napoli fallisce. Vada a Parma e lasci un buon ricordo di sé. Tanto si è tifosi di questa squadra a prescindere dalla maglia che si indossa».
“Aveva ragione, presidente” vorrebbe dire Pino. Aggiungendo: “proprio per questo si scatta in mezzo al campo e si manda al diavolo pure i propri compagni, se quella maglia addosso non è sentita come una seconda pelle”.
