Quella traversa di Diego al Maracanã e i miei amici Zico ed Edinho

In questa Maradoneide, Darwin Pastorin trasforma una traversa di Diego Maradona al Maracanã in un viaggio sentimentale nel calcio sudamericano. Tra Coppa America, incontri irripetibili e amicizie leggendarie, il pallone torna a essere suono, memoria e umanità condivisa, molto oltre il risultato e il tempo.

Articolo di Vincenzo Imperatore10/02/2026

Da inviato speciale per il mio amato “Tuttosport” ho avuto la fortuna di seguire i più grande eventi calcistici mondiali, a cominciare, a soli 26 anni, da quell’impresa epica degli azzurri in Spagna nel 1982. Ma la manifestazione che ho amato di più è stata la Coppa America. Perché respirare l’aria del Sudamerica mi faceva, ogni volta, per me nato a São Paulo del Brasile, sentire a casa: ho avuto la fortuna di rivedere parenti, amiche e amici, conoscere o ritrovare campioni, mezzi campioni, campioni per sentito dire, soprattutto incontrare tanta, straordinaria gente comune. Come la contadina di Cuenca, in Ecuador, che mi insegnò a leggere gli umori della terra e le nuvole del cielo, a cercare la speranza in una semplice spiga di grano. Parlava lentamente, dolcemente. E sul suo viso i segni della fatica venivano cancellati da un sorriso limpido. Ricordo la traversa che colpì Diego Armando Maradona, al Maracanã di Rio de Janeiro, contro l’Uruguay. Tutto il pubblico accompagnò, con un lungo ululato, quella diabolica traiettoria, e la palla che andò a infrangersi sul legno fece un rumore lieve, sembrava un fiocco di zucchero filato. Rividi, a Montevideo, Enzo Francescoli, che venne una volta a casa dei nonni sardi, Pietro e Grazia, di mio figlio Santiago a Mazzè, in Canavese, a raccontare la meraviglia del vestire la maglia del Cagliari. Della passione dei pastori della Barbagia e di quello scudetto del 1970 che conosceva a memoria, giornata dopo giornata, canto dopo canto, rima dopo rima. E della grandezza di Gigi Riva, un uomo, un hombre vertical, che riusciva a farsi capire anche con i suoi lunghi silenzi.

E a Salvador, nella Bahia di Jorge Amado, del Pelourinho, dell’oceano che narra di santi, di schiave, di regine bellissime e di padroni feroci, il portiere colombiano René Higuita, capelli lunghi, tante cicatrici sul corpo e nel cuore, mi narrò la sua vicenda sportiva, umana e perduta, ma senza mai un pentimento, un cedimento. E guardandomi fisso negli occhi, mi disse, spavaldo: “Soltanto Gabriel García Márquez potrebbe raccontare la mia storia”. A Rio, sulla spiaggia di Barra da Tijuca, il mio fraterno amico Leo Júnior improvvisò, con il suo pandeiro, ritmi popolari. Ed Edinho, altro mio sodale da sempre, rimpiangeva i tempi all’Udinese, al fianco di quel fenomeno di Zico. Di quando lui e il Galinho, terminato l’allenamento, con i compagni già sotto la doccia, fermavano il terzo portiere, piazzavano le sagome di cartone a formare la barriera e provavano decine e decine di punizioni da limite, con il custode del campo che si batteva sul polso a indicare l’orologio (un po’ come Mazzarri…): “Forza, che devo chiudere e ho fame!”. Inutilmente, perché quei due non finivano di calciare e di divertirsi.

La Coppa America: così speciale, così amata, così rimpianta.

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