La squalifica che abbracciamo: Conte dice quello che pensiamo, il Napoli dica da che parte sta

Se lo fermano per aver urlato contro un sistema arbitrale opaco, non sarà una macchia ma un manifesto. Il Maradona lo applauda, ma la società rompa il silenzio: perché la dignità non può restare sola in panchina.

Articolo di Vincenzo Imperatore11/02/2026

Ci sono squalifiche che temi. E poi c’è la squalifica che vorresti quasi abbracciare. Quella di Antonio Conte, per intenderci. Perché se davvero la Procura Federale dovesse colpirlo per ciò che ha detto all’arbitro Manganiello, non sarebbe una punizione: sarebbe un manifesto.

Non mi interessa la filologia dell’insulto. Non mi interessa la perizia calligrafica del labiale. Mi interessa il senso. Perché, se siamo onesti, quello che Conte avrebbe urlato è esattamente quello che ciascuno di noi ha detto davanti al televisore. Solo che noi lo diciamo sul divano, con la coperta sulle ginocchia. Lui lo dice in faccia. E paga.

Il punto non è la parola. Il punto è il coraggio.

Da anni il mondo arbitrale italiano è sospeso in una zona grigia: VAR a geometria variabile, interpretazioni creative, rigori che esistono o non esistono a seconda del vento, mani naturali che diventano colpevoli e colpevoli che diventano evaporazioni. Espulsioni per un refolo di vento e indulgenze per interventi omicidi. Un sistema che chiede rispetto ma restituisce opacità.

Conte non è un monaco zen prestato al pallone. È un allenatore sanguigno, ossessivo, competitivo fino all’autolesionismo. Ma ieri, in quel momento, non parlava solo lui. Parlava lo stadio, parlava il salotto, parlava il bar sotto casa. Parlava quella sensazione permanente di impotenza che accompagna ogni decisione inspiegabile.

Se verrà squalificato, sarà perché ha superato il confine della forma. Ma la sostanza? La sostanza è che qualcuno, finalmente, ha alzato la voce senza il filtro del comunicato istituzionale.

E qui arriva la domanda scomoda: la società dove sta?

Perché va bene il silenzio. Va bene la diplomazia. Va bene il  formale “rispettiamo le decisioni”. Ma se il tuo allenatore diventa l’unico parafulmine, l’unico scudo umano contro un sistema inefficiente, allora qualcosa non torna. Il Napoli non può lasciare Conte solo a fare la guerra a mani nude.

In Italia si è creato un paradosso perfetto: gli arbitri sono intoccabili, le società sono prudenti, i dirigenti sono silenziosi. E l’unico che parla viene punito.

La squalifica che tutti vorremmo è quella che certifica una ribellione. Non all’autorità, ma alla mediocrità. Non al regolamento, ma alla sua applicazione schizofrenica.

Perché davanti all’ingiustizia, la compostezza diventa complicità. E la rabbia, a volte, è l’ultima forma di dignità.

Per questo, quando lo speaker annuncerà in panchina Stellini, lo stadio dovrebbe alzarsi e applaudire. Non per folclore, non per rituale. Ma per dire che quell’assenza non è una resa. È una scelta di campo.

E soprattutto sarebbe insopportabile il silenzio della società. Perché un allenatore può essere squalificato. Una curva può essere multata. Ma una dirigenza che tace mentre il proprio tecnico diventa l’unico bersaglio, quello sì, sarebbe un vuoto che pesa più di qualsiasi giornata di stop.

Il Maradona faccia rumore. La società faccia presenza.

Il silenzio, questa volta, non sarebbe eleganza. Sarebbe abdicazione.