Napoli e l’edonismo lacaniano: il piacere di non godere mai dei successi
"Frattaglie – Il pallone visto dal lato storto", la rubrica dissacrante e appassionata in cui Vincenzo Imperatore racconta il calcio con osservazioni sparse, provocazioni e lo sguardo libero del tifoso, questa settimana analizza la nuova tendenza del tifo napoletano: l’edonismo lacaniano, dove il piacere non nasce dal successo, dalla vittoria, ma dal desiderio della "bellezza" che resta inappagato
credit photo by wikipedia profileVe lo ricordate l’edonismo reaganiano? Quello degli anni ’80, dei paninari, delle giacche Moncler e della felicità senza sensi di colpa? Una espressione coniata in Italia dal giornalista e scrittore Pier Vittorio Tondelli, che la utilizzò per descrivere il clima culturale e sociale degli anni Ottanta — un’epoca dominata dal consumismo, dall’immagine e dal culto del successo personale, in parallelo con l’era di Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Ecco, oggi a Napoli, tra tifosi e commentatori, abbiamo la sua versione psicanalitica: l’edonismo lacaniano, perché qui il piacere non nasce dal successo, dalla vittoria, ma dal desiderio della “bellezza” che resta inappagato. Un godimento mancato, continuamente analizzato, spiegato, sezionato — come avrebbe voluto lo psicanalista francese Jacques Lacan.
Una scuola di pensiero che non ha bisogno di confronti, ma di interpretazioni. Non gioisce, analizza. Non esulta, elucubra.
Gente che invece di gioire per le vittorie dovrebbe forse sdraiarsi sul lettino di uno psicanalista e parlare del proprio rapporto irrisolto con il 4-3-3.
Conte li turba. Troppo pratico, troppo verticale, troppo poco “pensiero”.
Il Napoli vince (perché finora è ancora campione d’Italia, a due punti dall’attuale vetta e in corsa per le qualificazioni Champions), e loro si lamentano perché non gioca bene. Lo hanno fatto anche l’anno scorso di fronte al miracolo dell’efficacia contiana.
Come se i tre punti dovessero passare sempre per la cattedra di Estetica del Calcio.
E così, mentre la squadra, pur tra problemi di motivazioni disperse, continua ad essere al vertice del calcio nazionale, loro sognano ancora Sarri, il guru del possesso sterile, il filosofo del “bel gioco” senza coppe: l’unico allenatore capace di far sentire intelligente anche chi non ha mai vinto nulla.
È come dover scegliere tra passare una serata con Belen Rodriguez o partecipare a un convegno di Greta Thunberg. Indovinate da che parte stanno.
Eppure a Napoli c’è chi lo fa, convinto che la bellezza basti da sola, anche quando non porta a niente.
Benvenuti nell’era dell’edonismo lacaniano, dove il godimento non è nel “we are the champions”, ma nella riflessione sul perché sia arrivato in quel modo.
Un calcio da sdraio — non quella da spiaggia, ma quella del terapeuta.
