Yazalde, un “vicino di casa” di Diego

Nelle "Insolite coordinate" di Luigi Guelpa, il racconto struggente di Héctor “Chirola” Yazalde, l’altro figlio di Villa Fiorito. Una vita da film, passata dal fango alla gloria, ma incapace di gestire la felicità che il calcio gli aveva regalato.

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Articolo di Luigi Guelpa11/11/2025

Mi ha sempre affascinato il parallelismo tra Maradona ed Héctor “Chirola” Yazalde. Nacque a Villa Fiorito, come Diego. E come “el Pelusa” imparò presto che il pallone non è un gioco: è una forma di sopravvivenza, un modo per non morire di fame, un linguaggio che ti trasporta dal fango alla gloria. Da bambino, Héctor Yazalde lavorava per qualche chirola, monete che tintinnavano come un futuro incerto nelle sue tasche vuote. Poi arrivarono i gol, l’Europa, il lusso, la donna più bella di Lisbona. Ma nessuno insegna ai ragazzi di Villa Fiorito come si gestisce la felicità.

Chirola aveva la faccia aperta, sincera, di chi non si è ancora abituato ai riflettori. Lo si vedeva nei salotti europei, elegante ma un po’ smarrito, come se temesse che qualcuno potesse scoprire che sotto il completo di sartoria batteva ancora il cuore del ragazzo di Buenos Aires che contava gli spiccioli. Carmen, la moglie, attrice e modella, lo introdusse nei giri che odoravano di profumo francese e whisky scozzese. Monzón, Delon, Belmondo: amici, avventurieri, fantasmi di un’epoca in cui la virilità era un copione da recitare.

Yazalde imparò l’inglese, il francese, forse anche un po’ di manierismo. Ma non imparò mai a convivere con l’assenza. In fondo, il calcio lo aveva portato lontano, ma non gli aveva insegnato a restare. Né a casa, né nel successo, né accanto a chi amava.

Quando decise di tornare in Argentina, non lo fece per nostalgia. Lo fece per un’illusione: la promessa di un altro Mondiale dopo quello del 1974, una maglia celeste che non arrivò mai e che Leopoldo Luque indossò al suo posto. Quella delusione fu la prima crepa. Le altre vennero da sole: un matrimonio che si spense come una sigaretta nel posacenere, la solitudine, l’alcol che sostituiva i brindisi, e il corpo che smetteva di riconoscersi. Morì giovane, a 51 anni, in silenzio. Non ci furono prime pagine, né salotti, né ricordi da rotocalco.

La sua fu una vita cinematografica, sì, ma diretta da un regista crudele: la sorte. E se Maradona riuscì a trasformare il fango in leggenda, Yazalde rimase prigioniero della polvere.

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