Quel magico 1970 per Diego, Albertosi e Rombo di Tuono
In questa Maradoneide, Darwin Pastorin racconta poeticamente un 1970 irripetibile: il piccolo Maradona nelle Cebollitas, Enrico Albertosi tra i pali del Cagliari scudettato e Gigi Riva, Rombo di Tuono, simbolo eterno della Sardegna e del calcio italiano.

1970, quando il calcio diventò leggenda.
Nel 1970, Diego Armando Maradona aveva dieci anni ed era già un fenomeno nelle Cebollitas, la “cantera” dell’Argentinos Juniors, allenata da Francisco Cornejo, che capì subito di avere di fronte un… extraterrestre. Enrico Albertosi, toscano, classe 1939, ha vinto tanto con la Fiorentina e con il Milan, ma quello scudetto con il Cagliari del ‘70 rimane qualcosa, dentro il suo cuore, di particolare, di indefinibile, di meraviglioso. L’avventura, sicuramente, più avvolgente e coinvolgente della sua abbagliante carriera.
Albertosi, il leone tra i pali
Ricky, così come lo chiamavano e lo chiamano amici e tifosi, è stato uno dei più grandi portieri del nostro football: agile, coraggioso, porta tuttora nel viso e nelle mani i segni del suo ardore, della sua tempra. Ha partecipato, da titolare o da riserva, a quattro mondiali, conquistando l’Europeo, dietro Zoff, nel 1968 e diventando vice-campione del mondo nel 1970 in Messico: 4-1 per il Brasile di Pelé, Gerson, Jairzinho, Rivellino e Tostão nella finale.
Ma è stato, soprattutto, uno dei protagonisti, in quella Coppa, del match considerato il più bello ed emozionante di tutti i tempi (io eleggo Italia-Brasile 3-2 al Mundial spagnolo dell’82): la semifinale con la Germania Ovest, terminata 4-3 per gli azzurri dopo quei supplementari che sono immaginario collettivo, romanzo, poesia, teatro, film.
Oltre il mito
Ho avuto modo, come racconto spesso a mio figlio Santiago, tifosissimo del Casteddu, di incontrare Albertosi, in diverse occasioni, nel corso della mia professione di “bracconiere di tipi e personaggi”. Un calciatore mai banale, che non aveva timori o tremori, che non ha mai rinunciato alla polemica. Celebre quella con il grande Dino Zoff, per questioni di gol “evitabili”: ma quando faranno pace? Ricky ha avuto anche qualche “uscita sbagliata”, e non parliamo del campo. Il coinvolgimento, ad esempio, nel calcio-scommesse, con la relativa, pesante squalifica. Di recente, ha avuto modo di ritornare su quei giorni: “Sono stato un ingenuo”.
Ma noi, qui, vogliamo celebrare il campione senza paura, l’estremo difensore che dominava la porta con talento e istinto.
Il Cagliari che fece sognare la Sardegna
Arriva al Cagliari nel 1968, proveniente dalla Fiorentina. Lascerà l’isola bella nel 1974, dopo aver conquistato quel fantastico tricolore: soltanto undici gol subiti, un record! 177 le presenze in totale.
La formazione cominciava da Ricky, maglia numero 1, e finiva con Gigi Riva, maglia numero 11, Rombo di Tuono e Hombre Vertical. Ricky era davvero capace di compiere prodezze possibili e impossibili, un atleta guascone e corsaro, che avrebbe stuzzicato la fantasia letteraria di Salgari o di Stevenson.
Nel 1974 eccolo al Milan, a conoscere altri trionfi.
Riva e Ricky, anime dello scudetto
È rimasto in contatto, fra i compagni dello scudetto sardo, soprattutto con Tomasini, Greatti e Brugnera. E ogni occasione è buona per recuperare quei lampi, quei momenti, quelle partite, Inter e Juventus lasciate alle spalle, Riva cannoniere con 21 reti, le sfuriate con Niccolai quando… sbagliava porta!
Va detto che Ricky non risparmiava nessuno: dopo il 3-3 della Germania in Messico stava quasi per “fulminare” Gianni Rivera, colpevole di essersi spostato dal palo sul colpo di testa vincente di Gerd Müller, e il fine dicitore del Milan si rifece, da autentico campione, subito dopo: firmando la quarta rete, quella della nostra apoteosi.
E questione immediatamente chiusa, così come si conviene tra artisti della pelota!
1970, l’anno dell’apoteosi rossoblù
1970, già: quella stagione epica. La Grande Utopia realizzata. La Sardegna in festa, impazzita di gioia, luce e feste. Cagliari al centro dell’universo per l’orgoglio dei pastori. Ed Enrico Albertosi mise la sua firma su quella leggenda: indelebile e chiara.
Ricky, il portiere dallo sguardo fiero. Un indomabile leone. Un portiere, sempre.
