Corea del Sud ai Mondiali 1986: una storia di continuità e perseveranza
Nelle sue insolite coordinate, Luigi Guelpa riscopre la Corea del Sud del 1986: non quella delle polemiche, ma quella dei pionieri che hanno costruito, un Mondiale dopo l'altro, una delle tradizioni più solide del calcio internazionale.

La memoria del calcio è una pensione di provincia: ospita sempre gli stessi clienti illustri e dimentica chi ha pagato il conto per decenni senza mai fare rumore. Brasile, Argentina, Germania. Poi, quasi nascosta dietro il bancone della storia, c’è la Corea del Sud.
Dal 1986 non ha saltato mai un solo Mondiale. Quarant’anni di fedeltà alla più grande liturgia sportiva del pianeta. Eppure, quando si parla di Corea del Sud e Coppa del Mondo, il pensiero corre subito al 2002, agli arbitraggi contestati, a Guus Hiddink, alla rabbia italiana. Una scorciatoia della memoria.
Perché c’era stata un’altra Corea, molto prima. Più ingenua, più povera calcisticamente, ma forse più autentica.
Messico 1986. L’Italia arrivava da campione del mondo in carica con la stessa espressione stanca di un ex pugile costretto a difendere il titolo quando le gambe non obbediscono più agli ordini della testa. Enzo Bearzot era diventato un patriarca sottoposto a revisione continua. Paolo Rossi non era più il ragazzo che aveva sfidato il Brasile di Telê Santana. Gli eroi dell’82 conservavano il prestigio, ma avevano perso l’invulnerabilità.
Dopo l’1-1 contro Bulgaria e Argentina, gli azzurri affrontarono la Corea del Sud con un’ansia che il risultato finale, 3-2, non riesce a raccontare. Perché il calcio mente attraverso i numeri. Un 3-2 può sembrare una vittoria controllata; in realtà fu una traversata in mare aperto su una barca che imbarcava acqua.
La Corea del Sud non possedeva il cinismo europeo né la tecnica sudamericana. Aveva però un entusiasmo quasi offensivo, come se ignorasse la gerarchia calcistica. L’uomo simbolo era Cha Bum-kun, stella del calcio tedesco, rispettato in Bundesliga quando l’Asia calcistica era considerata un’esotica nota a piè di pagina. Attorno a lui, giocatori che il grande pubblico occidentale conosceva poco, ma cresciuti nella convinzione che il rispetto si conquistasse chilometro dopo chilometro.
L’Italia si affidò a chi aveva ancora il senso pratico delle cose semplici. Alessandro Altobelli segnò due volte. Non furono soltanto gol; furono una dichiarazione di sopravvivenza. Altobelli apparteneva a quella categoria di attaccanti che non pretendevano di essere poeti. Facevano il loro mestiere. E nei momenti di smarrimento collettivo, il mestiere diventa una forma di eroismo.
Mondiali 1986: l’inizio della tradizione sudcoreana
La Corea del Sud uscì al primo turno. Era prevedibile. All’epoca, il Mondiale era ancora un club esclusivo con pochi invitati permanenti. Ma quella partecipazione rappresentò l’inizio di una continuità straordinaria.
Dal Messico 1986 agli Stati Uniti 1994, dalla Francia 1998 alla Germania 2006, fino ai tornei più recenti, la Corea del Sud è sempre stata presente. A dimostrazione che spesso la vera grandezza risiede nella perseveranza. Presentarsi ogni quattro anni. Cambiare generazioni senza perdere l’abitudine alla qualificazione. Costruire una tradizione dove prima esisteva soltanto un’ambizione.
Per questo vale la pena ricordare la Corea del Sud del 1986. Non quella delle polemiche, ma quella dei pionieri. Uomini che correvano sotto il sole messicano senza sapere che stavano inaugurando una delle serie di qualificazioni consecutive ai Mondiali più sorprendenti della storia del calcio.
Una squadra che non vinse nulla, ma che contribuì a costruire una delle tradizioni più solide del calcio internazionale.
