Lo sport a Napoli prima di Napoli
Prima dei social, delle fiction e delle narrazioni usa e getta, Napoli era già capitale di sport, rito e cultura. Dai Giochi Isolimpici al cuore greco della città, Giancamillo Trani, per "L'anima di Partenope", ricostruisce una storia antica e documentata che smonta stereotipi moderni e restituisce a Napoli il ruolo che le spetta: non comparsa folkloristica, ma protagonista millenaria anche nella storia dello sport.

Basito dinanzi agli sciami di “visitatori locusta” che affollano la nostra Napoli, ignorandone storia, arte cultura e tradizioni, proseguo nella mia personale contronarrazione della città partenopea in alternativa a quella “tossica” e qualunquista portata avanti da alcuni social media.
L’ennesima testimonianza archeologica, di capitale importanza, ci perviene dai ritrovamenti effettuati durante gli scavi per la nuova metropolitana, tra gli altri quelli nei cantieri di Piazza Nicola Amore e Via Duomo, dai quali ultimi sono emersi i resti del Tempio dei Giochi Isolimpici, eretto nell’anno 2 d.C. allo scopo di ringraziare l’Imperatore Augusto per essere accorso in aiuto della città dopo un violento terremoto: lo stesso sovrano assisté alle gare nel 14 d.C., poco prima di morire.
Napoli, come ben sanno i lettori, è di fondazione greca: Parthenope sorse ad opera di coloni greci intorno all’VIII secolo a. C. La città fu poi ribattezzata Palepoli (la città vecchia) quando – nel 475 a. C. – fu costruita Neapolis (la città nuova).
Quest’ultima entrò in orbita Romana intorno al 328 a.C., pur rimanendo la città più greca d’Occidente almeno fino al 1127 d.C. per lingua, cultura, arte, religiosità. Scriveva il celebre archeologo Amedeo Maiuri: «…Napoli ebbe, unica città d’Occidente, il privilegio di celebrare i giochi italici in onore di Roma e di Augusto, pari per la quinquennalità ai giochi olimpici e detti perciò isolimpici. E quel privilegio non era tanto dovuto a personale predilezione dell’Imperatore od a ragioni di opportunità politica, quanto piuttosto alla sua intatta grecità: che nel generale decadimento dell’Ellenismo della Magna Grecia e della Sicilia, Neapolis, ancora greca di lingua, di istituzioni, di culti e di costume di vita, poteva essere considerata, nella prima età dell’Impero, la metropoli dell’Ellenismo d’Occidente…».
Dunque, Giochi Isolimpici (anche detti Italikà Romaia Sebastà Isolympia) perché erano equiparati a quelli che si svolgevano ad Olimpia (fin dal 776 a. C.), sia per la tipologia delle gare, che per la periodicità. Come quelli greci, infatti, essi si svolgevano con cadenza quadriennale e duravano cinque giorni, e comprendevano sia specialità atletiche, che ippiche. Ma quali erano le discipline sportive che comparivano nel bouquet dei Giochi Isolimpici? Anzitutto la corsa: lo stadio (200 m), il diaulo (400 m), il dolico (da 1,5 a 5 km), l’oplitodromia (o corsa armata come un oplita), l’apobates.
Quindi il pentathlon: corsa, salto in lungo, giavellotto, disco, lotta greco romana, ed ancora il pugilato (memorabile il “match” tra Ulisse, camuffato da vagabondo ed il mendicante Arneo – o Iro – aizzato da Antinoo, con in palio una bella salsiccia ed il posto assicurato ai futuri banchetti dei Proci, descritto da Omero nel Libro XVIII dell’Odissea ) ed il pancrazio, una antica disciplina greca, un misto tra pugilato e lotta, che terminava quando uno dei due contendenti bloccava l’avversario che non riusciva più a muoversi ed a liberarsi.
C’erano gare di corsa speciale per adolescenti, maschi e femmine, figli dei buleuti (tagmaesso per gli adolescenti. I buleuti erano i componenti della Bulè, il consiglio cittadino dell’antica polis greca).
Gli sport equestri comprendevano le corse con puledro o cavallo da sella, e quelle con carro a due o quattro cavalli (le quadrighe alla Ben Hur) . La particolarità dei giochi napoletani rispetto a quelli di Olimpia era quella di prevedere, oltre alle gare atletiche ed equestri, anche gare di recitazione e di canto (mens sana in corpore sano). E’ da presumere che, in città, ci fosse ben più d’un gymnasium, ovvero le palestre d’allenamento per gli atleti.
All’uopo aggiungo che, a Cerere e Parthenope, erano dedicate le corse denominate “Lampadoforie” che si tenevano a Neapolis; le sacerdotesse di Cerere erano selezionate tra le più nobili fanciulle di Neapolis e Velia, adeguatamente istruite e poi sovente inviate a Roma. Le sacerdotesse custodivano i testi sacri ed offrivano sacrifici alla divinità, solitamente una scrofa gravida ed un montone. Le celebrazioni in onore delle dea avvenivano di notte, al chiarore delle fiaccole, e per tutti e nove giorni di durata della festa le donne coniugate dovevano astenersi dall’avere rapporti sessuali.
Poche righe per dare l’idea dell’importanza di Napoli nella storia, anche in quella dello sport, rifuggendo dalle fanciullesche e fantasiose descrizioni di una città gomorroide o di alcune, discutibili, fiction televisive.
