Sacchi diventa azzurro? “Al gol di Kvara ho urlato, mia moglie si è spaventata…”

Dopo Carlo Ancelotti, adesso un'altra bandiera rossonera tifa per la squadra di Luciano Spalletti. Le parole di Arrigo Sacchi.

Articolo di Redazione SDS15/01/2023

© “SACCHI” – FOTO MOSCA

Arrigo Sacchi, ex allenatore del Milan, ha rilasciato una lunga intervista a Il Mattino, dove ha parlato ampiamente del Napoli capolista, di Luciano Spalletti e delle difficoltà su cui una squadra del genere, alla lunga, potrebbe inciampare.

Ora faccio il tifo per lui (Spalletti), ho anche gridato gol sul 2-0 di Kvara. Mia moglie si è stupita e si è spaventata: Arrigo, che succede?, ha urlato. Ma per Spalletti è arrivata l’ora di vincere lo scudetto, accidenti. Perché il gioco e le idee, con lui, sono al centro di ogni cosa. In Italia è un’eccezione. Sta spiegando a tutti che la bellezza è un valore, non solo un sogno“.

Il campionato è nelle mani degli azzurri?

La serie A è nelle mani di una squadra che ha un allenatore che ha capito che 1 per 11 fa 11 e che il collettivo è la forza di ogni cosa: se giochi al tiro alla fune, se tira uno solo, anche se è Maciste, alla fine perde. Nel Napoli tutti i giocatori si muovono come se fossero una sola entità, avanti e indietro. Non lo hanno fatto con l’Inter e hanno perso. Con la Juventus ho rivisto una perfetta sinergia. E la sinergia significa anche modestia: prevede un gruppo che corra e si sacrifichi e lotti per il compagno. Quello che ho visto fare l’altra sera“.

Risultato e bellezza, questa volta, sono coincisi?

Il 5-1 è lo specchio di quello che c’è stato. Da noi, tutti sono sempre confusi dal risultato, come se la prestazione non contasse nulla. Invece il Napoli ha unito le due cose. Perché non ha l’ossessione della sindrome di Pollicino. In Italia quasi tutte le squadre mancano di stile, non hanno più un tratto distintivo e il pubblico non lo pretende. Lì a Napoli è diverso: non c’è solo la religione del risultato, interessa anche altro. E poiché io tifo per il calcio, non posso ora non tifare per il Napoli“.

Non serve anche la fortuna?

Parola che ho cancellato. Sa cosa sosteneva Seneca? La fortuna non esiste, è solo il talento che incontra l’opportunità“.

Di talento questo Napoli ne ha tantissimo?

Sono colpito dalla forza di tre calciatori in particolare: Lobotka, Kvara e Osimhen. Ecco, quando vedo il nigeriano lottare per la squadra e con la squadra, con generosità e in maniera epica, in certi tratti mi torna alla mente il modo di essere di Van Basten. I suoi progressi sono enormi. Come lo sono quelli del regista slovacco: appena cala lui… e poi la crescita di Politano, Mario Rui, Di Lorenzo. È un gruppo superbo. Io non guardavo mica i piedi prima di scegliere un calciatore. Io guardavo la testa, l’entusiasmo, la passione, l’intelligenza.

Sennò da me non venivano mica. E questo Napoli è fatto di gente così. Quando prese il Milan, a Berlusconi lo chiamavano Sua Emittenza ma dopo le prime delusioni lo ribattezzarono Sua Perdenza. E lui non poteva pensarci. Era terrorizzato dall’ingaggio di Ancelotti, perché il medico aveva diagnosticato un ginocchio che funzionava al 20 per cento e l’altro che pure era messo male. Se lo prendo, mi ridono dietro, mi ripeteva. Io dissi: Sarei preoccupato se avesse problemi al cervello, lo prenda e vinceremo lo scudetto. Il Napoli è fatto di tanti giocatori che hanno la testa a posto“.

Con tutto questo vantaggio, che rischio c’è?

Di iniziare a pensare di essere imbattibili. Appena inizieranno a crederlo, arriveranno le sconfitte. E quello è un attimo: ti trovi tutte addosso e il pericolo è di mandare all’aria tutto quello che hai fatto fino ad adesso“.

C’è qualcosa che non va in questo Napoli?

Hanno fatto un bel po’ di pastrocchi in difesa con la Juventus. Ma lì è uscita fuori la sacra compagnia, dove le carenze individuali sono state compensate dal resto della squadra. Dall’unione che fa la forza. Contro la Juventus che ha calciatori con stipendi da 6-7 milioni, hanno vinto le idee, il lavoro e non i soldi. Ed è una gioia per tutti“.

Ma questo Napoli può sognare anche in Champions?

Lì ci vuole un miracolo. Perché in Europa è diverso: trovi tanti strateghi e non trovi dei tattici come in Italia. E quando lo stratega ha a disposizione anche la qualità, nascono collettivi molto diversi da quelli che siamo abituati a vedere nella nostra serie A. Ero in Qatar e quando ho visto le due sconfitte in amichevole con Lille e Villarreal devo ammettere che sono rimasto perplesso. Ho detto: mala tempora currunt. Perché ho visto il Napoli giocare non da squadra contro avversari stranieri che considerano ogni partita una partita importante. E gli stessi segnali negativi li ho notati a San Siro con l’Inter.

Ma con la Juventus ho ammirato il Napoli bello che riempie gli occhi e ci rende a tutti orgogliosi. Perché noi amiamo il calcio e il calcio è un gioco collettivo. Luciano deve vincere lo scudetto: è il premio alla sua storia e alla sua carriera. Napoli è il suo capolavoro. Nel Napoli undici giocatori si muovono in perfetta sinergia. Ma la sinergia significa anche modestia: prevede un gruppo che corra e si sacrifichi e lotti per il compagno“.