Da Umberto Saba al Var: c’era una volta il fattore campo

C’era una volta il fattore campo. Le porte chiuse e il Var l’hanno ridotto a un cimelio. Eppure lo chiamavano il “dodicesimo giocatore”.

Stadio Maradona
Articolo di Roberto Beccantini17/01/2022

©️ “STADIO-MARADONA” – FOTO MOSCA

Il fattore campo. C’era una volta. Le porte chiuse e il Var aperto l’hanno ridotto a un cimelio. Eppure lo chiamavano il “dodicesimo giocatore”. Non utile o futile come un portiere di riserva. Molto di più: il titolare dei custodi e, possibilmente, invasato, invasivo. Del Grande Torino il Filadelfia fu arsenale e scrigno, epopea dell’epopea. Prendete lo Stadium della Juventus: era un fortino inespugnabile, è diventato un parco giochi in cui si divertono persino gli Empoli e i Sassuolo di turno, comitive che, ai tempi dei nove scudetti, venivano sistematicamente prese a calci nel sedere.

E il Diego Armando Maradona di fresco e romantico conio? Ci hanno vinto, in rapida successione, Atalanta (3-2), Empoli (1-0) e Spezia (1-0). Per tacere dell’ottavo di Coppa Italia: 5-2 per la Fiorentina. D’accordo: il Covid, gli infortuni, i rossi, il peso delle rose, tutto quello che volete, ma resta valido il distinguo di fondo. Le trasferte non sono più torture. E non solo da noi. Presentarsi al Bernabeu, negli anni Ottanta, era come salire sul patibolo. Tiravano biglie a Beppe Bergomi, senza che l’arbitro dicesse beo; annullavano gol validi a Lionello Manfredonia, senza che lo stesso arbitro – Bob Valentine, scozzese di Dundee – facesse una piega. Per vincere 2-0, l’Ajax allenato da Louis Van Gaal dovette farne quattro. Le rimonte, da quelle parti, si verificano ancora, ma nel Novecento erano ineluttabili, introdotte e scandite dal “miedo escenico” che Jorge Valdano elesse a simbolo fausto e fosco del Madridismo. Per essere franchi (e non più Franco).

Il concorso e il soccorso del video hanno contribuito a rendere meno graffiante la sudditanza psicologica: che resiste e persiste, per carità, pure in età tecnologica, ma con effetti meno sospetti, meno devastanti. Sono aumentati i rigori fuori casa, altro indizio da non trascurare. L’arbitro è un filo più tranquillo, la “moviola” lo assiste nel recuperare dal presente attimi che in passato lo avrebbero inchiodato ai processi orwelliani di Aldo Biscardi. I cortei al video aiutano, inoltre, a stemperare le tensioni, visto che le scelte più truci, se filtrate dallo schermo, vengono accettate e digerite, se non proprio condivise, anche dalla fazione più “trinariciuta”.

Lo “ius soli”, chiamiamolo così, non è più obeso come all’epoca di don Concetto (Lo Bello, tiranno di Siracusa). È più magro, più lotterisco. Si sono rovesciate le parti: tocca alla squadra di casa prenderlo per mano – con le sue forze, con il suo spirito, con il suo naso – memore dei privilegi che l’arena, zeppa di popolo e scarna d’intrusi robotici, le garantiva. Qua e là, il fattore campo tiene duro: penso all’Inter scudettata, per esempio, 8 vittorie 2 pareggi.

Allargando il discorso, chissà cosa capiterà nelle coppe europee ora che, a parità di reti, i gol segnati in trasferta non valgono più doppio. Chi ospita, in teoria, dovrebbe sentirsi più libero; e addirittura più carico, se e quando la pandemia gli restituirà le curve. La crudeltà del “vade retro” contamina la polvere d’archivio, mentre tracce di poesia affiorano dal devoto rimpianto di colossei che rendevano di ferro i cuori dei gladiatori-beniamini e, spesso, commuovevano l’imparzialità e i pollici dei Cesari.

Umberto Saba cantò la sua Triestina con la passione – innocente, profonda – del tifoso colto ma non per questo snob: “Trepido seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari soli d’inverno”. Senza che la bulimia del web si offenda.

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