Dall'”Ercole al Corsiero”: cinquanta sfumature di azzurro

Dall' "Ercole al Corsiero" di Giuseppe Salvin e Claudio Roberti, racconta la trasformazione del fenomeno calcio fenomeno di massa.

Articolo di Luciano Scateni18/03/2023

Dall’“Ercole al Corsiero”. Nessun dubbio, l’analisi sociologica di questo libro prezioso induce a riflettere globalmente sul fenomeno calcio, ma con sguardi di forte competenza sull’esaltante specificità di Napoli. Lo firmano Claudio Roberti e Giuseppe De Salvin, lo introduce la ricca, acuta, prefazione di Domenico Condurro e lo impreziosisce la postazione di Maurizio Vitiello.

Per chi ama lo sport sovrano dell’intera umanità, “Dall’Ercole al Corsiero” risponde ai mille perché tirare calci a un pallone nell’immaginario collettivo equivale e va oltre la dipendenza da altri grandi piaceri della vita, indaga a fondo origini, evoluzione e status attuale di uno sport su cui si può dire tutto il bene e tutto il male per casi di clamorosa degenerazione. Forse è questo lato B del calcio che contrasta con la giusta enfasi della narrazione.

Ci sarebbe materia per scrivere un secondo trattato sugli sconfinamenti in territori propri della magistratura e per tutti basterebbe non glissare sullo scandalo dei mondiali in Qatar, le manipolazioni improprie di bilanci, le manovre illegali di società al vertice di campionati nazionali ed europei che hanno rivelato i reati commessi con il cosiddetto plusvalore, responsabile in Italia la gloriosa Juventus. Non meno grave è la contaminazione dello sport consentita alla violenza di teppisti che avvelenano il clima degli stadi con azioni squadristiche e insulti razzisti in gran parte delle città italiane del Centro-Nord e in mezza Europa.

Il lavoro degli autori di “Dall’Ercole al Corsiero” è pari all’approfondimento di un seminario universitario sul tema e nobilita il percorso inaugurato dagli uomini illustri di Roma dal loro approccio elementare al gioco con la palla. Ne ha fatta di strada il calcio, fino a diventare oggetto del desiderio di petrolieri e ricchi magnati russi, americani, italiani (Fiat, Berlusconi, Moratti). 

Il fenomeno ha una sua interpretazione partenopea con la sovranità di Achille Lauro, la passione sfrenata di Ferlaino e da ultimo con l’irruzione napoletana del produttore di film Aurelio De Laurentiis. L’incontro fatale con la città dal vulcanico trasporto per le imprese del ciuccio si è tinta con cinquanta sfumature di azzurro. A un osservatore disincantato, non drogato dal calcio, è davvero arduo capire i picchi del tifo travolgente per la ‘squadra del cuore’ per undici calciatori partoriti in mezzo mondo, tranne che a Napoli, a cui è affidato lo spartito della sinfonia eseguita ai piedi del Vesuvio.

Il sospetto: sulle possibili obiezioni per l’anomalo campanilismo incombe l’articolato, possente media system. Una semplice indagine, di normale routine, confermerebbe che in tutto il mondo solo una guerra nucleare sarebbe rappresentata come il calcio ogni giorno della settimana, del mese, degli anni, dalla carta stampata e dall’informazione radiotelevisiva. Quanti eccessi nel comportamento dei tifosi sono la conseguenza di violente rivalità alimentate dalla stampa, più o meno direttamente? 

Altro è il feeling simbiotico dei napoletani con gli azzurri, con il mito Maradona e i nuovi santi subito Kim, Osimhen, Kvaratskhelia, Spalletti. Anche se non dimostrato, ha valore legale il teorema del cosiddetto riscatto di Napoli, di una risposta ‘sul campo’ al razzismo non solo calcistico di mezza Italia. Lo testimoniano le decine di migliaia di napoletani che ‘assaltano’ gli stadi dove la squadra gioca in trasferta. 

La città sorride per la folla di turisti attratti dalla meravigliosa confusione urbana del suo ricchissimo centro storico, dalla vocazione all’accoglienza. La tifoseria azzurra coniuga il favore degli stranieri, alle magie dei quartieri (che hanno inventato l’adorazione di Maradona), con la festa grande per il sogno di un terzo scudetto, che farebbe di Napoli il cuore pulsante della “Grande Bellezza”, di un’onda tsunamica per sbalorditi turisti. 

Chissà se san Gennaro mette del suo nell’euforia esplosiva, che ha la sua centrale di diffusione nei quartieri popolari e propaggini diffuse nella borghesia degli insediamenti residenziali, nell’intellighenzia partenopea, nel giornalismo, in scrittori e affermati uomini del cinema. Una cosa è certa, a Maradona e ai suoi eredi sono dedicati striscioni, ritratti di artisti dei murales, edicole votive, gadget, libri, paginoni di quotidiani. 

Frugando nella memoria riemerge il tempo del bel calcio, di quello che piace agli esteti di questo sport universale: il Napoli di La Paz, Jepsson, Careca, del miglior Insigne, del Brasile di Pelè e Garrincha, del Barcellona di Guardiola, del Napoli di Vinicio e Sarri, del bello all’80%, molto concreto di Spalletti. 

E così, si dimentica che alla domenica, con l’anticipo di “O sole mio” di Pavarotti, vanno in campo, in azzurro, la Romania, il Portogallo, la Polonia, il Camerun, la Georgia, la Nigeria. 

Il “Forza Napoli Sempre” di radio Kiss-Kiss, diventa comunque pienamente condiviso.

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