Gli slogan che hanno fatto lo sport: dall’orazione di Diego al Boniperti «terzo»

Ne “L’Angolo del Beck”, Roberto Beccantini ripercorre gli slogan che hanno fatto lo sport: frasi diventate miti, spesso travisate, che raccontano più dei risultati la cultura, le ossessioni e le contraddizioni di chi le ha pronunciate.

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Articolo di Roberto Beccantini19/01/2026

Slogan da collezione. Siliconati o naturali, pittoreschi o scopiazzati, piacciono se disturbano. Più rompono, più eccitano. Alla Oliviero Toscani. Dal «taca la bala» di Helenio Herrera all’«Amma faticà» di Antonio Conte. Il più gettonato riguarda «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta», attribuito, per lassismo storico e pigrizia tribale, a Giampiero Boniperti.

Non andò proprio così: «Winning isn’t everything, it’s the only thing», come ha chiosato Tony Damascelli su «il Giornale», fu pronunciato nel 1950 da Henry Russel «Red» Sanders, coach dell’Ucla Bruins di football americano. A distanza di tre anni, quelle parole vennero riprese testualmente da un articolo di Bud Fucillo sul «Los Angeles Herald and Express» e, addirittura, divennero una battuta del film «Trouble Along The Way» (in italiano, «L’irresistibile Mr. John») con John Wayne e Donna Reed. A un certo punto, l’attrice Sherry Jackson, nella parte di Carol Williams, riferisce un pensiero di Steve Aloysius Williams (Wayne), allenatore di una squadra di football: «Steve dice che vincere non è importante, è l’unica cosa che conta».

Il marchio definitivo giunse su «Sport Illustrated» nel 1955, e nel 1959 Vincent Lombardi, mitico guru del «Green Bay Packers» (due Superbowl consecutivi in bacheca) le annota, facendole sue, sul libro di memorie «Run to daylight!». Insomma: se l’importante è arrivare primi, il signor Juventus arrivò, come minimo, terzo.

Di Diego Armando Maradona rammenteremo sempre l’orazione che tenne alla vigilia di Italia-Argentina al San Paolo (allora), semifinale del Mondiale 1990: «Non devo essere io a ricordare che Napoli è parte dell’Italia ma mi disgusta che chiedano ai napoletani di essere italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno vengono trattati da terroni», dalle pagine di «L’idolo infranto. Chi ha incastrato Maradona?» di Marcello Altamura.

Arrigo Sacchi, lui, è una piccola Wikipedia. Ha innalzato il calcio alla «cosa più importante delle cose meno importanti». Ma la frase che più gli sta a cuore coinvolge niente meno che Romain Rolland, scrittore e drammaturgo francese, premio Nobel per la Letteratura nel 1915: «Eroi sono tutti coloro che fanno quello che possono fare».

Il 3-1 del Milan a Como ha stappato dagli archivi la celebre ricetta di Nereo Rocco: «Una squadra perfetta deve avere un portiere che para tutto [Mike Maignan], un assassino in difesa [Fikayo Tomori], un genio a centrocampo [Luka Modric], un “mona” che segna [Adrien Rabiot] e sette asini che corrono». Perché, avevate dei dubbi? Il corto muso di Massimiliano Allegri, ribadito dall’1-0 al Lecce, sta diventando materia di studio, e di lauree, non meno del Sarrismo dell’enciclopedia Treccani.

Luciano Spalletti, quando ancora era commissario tecnico, regalò ai suoi prodi «Legacy» di James Kerr (tradotto, un po’ troppo liberamente, in «Niente teste di cazzo»). Con un passaggio sottolineato: «La visione senza l’azione è un sogno. L’azione senza la visione è un incubo».

E incubo fu.

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