Othmane Maamma, quando il vento del deserto dribbla la storia
Per la rubrica "Insolite coordinate - Il calcio raccontato da altre latitudini", Luigi Guelpa ci porta in Cile, dove il Marocco Under 20 ha riscritto la geografia del calcio mondiale. Protagonista Othmane Maamma, ala del Watford e Pallone d’Oro del torneo, simbolo di una generazione che gioca come se il pallone fosse ancora un atto di libertà.
Credit photo by watford fc instagram profile C’è un momento, nei tornei giovanili, in cui il calcio sembra tornare alla sua infanzia: l’illusione del dribbling, la corsa sfrontata verso la porta, l’assenza ancora felice del calcolo. È il momento in cui si possono intravedere i futuri idoli o le future delusioni. In Cile, durante il Mondiale Under 20 del 2025, quell’attimo di verità ha avuto il volto e i piedi di Othmane Maamma, marocchino, ala destra del Watford, Pallone d’Oro del torneo e simbolo di una nazione che ha deciso di prendere sul serio il proprio sogno calcistico.
Il Marocco non è più la simpatica outsider che si fermava ai gironi o si accontentava della buona impressione. Dal quarto posto al Mondiale del 2022 al titolo mondiale giovanile del 2025, c’è una linea di continuità: un’idea di gioco, un orgoglio ritrovato, e, soprattutto, la sensazione che la palla possa appartenere anche a chi viene da Casablanca o Fez, non solo da Buenos Aires o Parigi.
Maamma, 20 anni, ha qualcosa che trascende le categorie: è un’ala di vecchio stampo e di nuovo mondo. Corre come se avesse il vento del deserto alle spalle, ma ragiona come un figlio di YouTube, cresciuto tra replay e highlight. È potente, sì, ma anche spavaldo, come quei ragazzi che hanno deciso di non chiedere più il permesso alla storia. Quando parte in dribbling, il tempo sembra oscillare tra due ere: quella dei Garrincha e quella degli algoritmi.
Nei suoi sette incontri in Cile, un gol, quattro assist, ma soprattutto una costante: la sensazione che ogni sua giocata potesse cambiare il corso della partita. Nella finale contro l’Argentina, in una Santiago ubriaco di tensione, è stato lui a strappare il secondo gol, difendendo una palla che sembrava già perduta e servendo un cross da manuale per Zabiri. Poi la rissa, l’ammonizione, la sostituzione. E infine, la gloria.
Il calcio, si sa, non è solo numeri o statistiche, ma mitologia. E ogni mitologia ha bisogno di un protagonista. Il Marocco ha trovato il suo in questo ragazzo che gioca come se la palla fosse un’arma poetica. Non è ancora un campione completo, deve imparare a gestire la sua rabbia, a dosare la sua velocità, ma ha quella scintilla che non si insegna, la capacità di evocare qualcosa di antico in un gioco sempre più artificiale.
Othmane Maamma è, per ora, un annuncio. Ma anche gli annunci, nel calcio, sanno cambiare il futuro. Forse tra qualche anno lo vedremo in una grande squadra europea, o forse resterà l’eroe di un’estate cilena. In ogni caso, il suo nome resterà legato a un’idea romantica di calcio: quella in cui un ragazzo del Maghreb può ancora, con un dribbling, piegare le mappe del potere calcistico mondiale.
E così, quando il vento del deserto soffierà di nuovo, qualcuno forse ricorderà che un giorno, in Cile, un’ala marocchina ha giocato come se il calcio fosse ancora un atto di libertà.
