Quando bastavano due pezzi di legno per fare sport, oltre il calcio

Nella rubrica "L'anima di Partenope", Giancamillo Trani torna all’origine del gesto sportivo: mazza e pivezo, gioco popolare antichissimo, fatto di legno, strada e immaginazione. Uno sport ancestrale, praticato prima dei campi regolamentari e dei regali usa e getta, dove il gioco era comunità, sfida e formazione naturale. Quando bastavano due pezzi di legno per imparare a stare al mondo.

Articolo di Giancamillo Trani21/12/2025

Tra qualche giorno sarà Natale ed i bambini troveranno i doni sotto l’albero. C’è chi sarà felice, chi resterà deluso, qualcuno penserà che Santa Klaus non abbia letto la sua letterina ma, in generale, pochi resteranno senza parole e, magari, dopo qualche giorno, il giocattolo tanto agognato verrà fatalmente accantonato.

C’è stato un tempo in cui il benessere non era così diffuso come oggigiorno. I bambini ricchi giocavano con i soldatini di piombo, la bicicletta, le marionette (‘e gguarrattelle in vernacolo partenopeo, un antico teatro della vita in cui vince sempre il sentimento), la lanterna magica e via discorrendo.

Se, viceversa, la famiglia non era benestante, occorreva fare di necessità virtù, ed i giocattoli ce li si fabbricava, spartanamente, da soli: due pezzi di legno incrociati divenivano la spada “Excalibur”, al calcio si giocava per strada con una palla di stracci, ci si costruiva ‘o carruocciolo (una versione primitiva del più tecnologico skateboard, immortalato in una lirica di Ferdinando Russo) che, se dotato di cuscinetti a sfera come ruote, diventava – d’incanto – una fuoriserie!

Oppure si giuocava con ‘o strummolo (una trottola di legno caricata con un laccio), a ‘o sottomuro (con le biglie di vetro), a ‘o pacchero (con i doppioni delle figurine dei calciatori).

Troppo spesso dimentichiamo, poi, che lo sport è sovente gioco, con un enorme valore aggiunto: si sta all’aria aperta, si socializza, si fanno nuove amicizie, si superano tante barriere. La dimensione ludica del gioco sportivo è l’essenza del divertimento, della sfida e della creatività che trasformano l’attività fisica in un’esperienza completa, stimolando sviluppo cognitivo (problem-solving), emotivo (gestione emozioni, autostima) e sociale (cooperazione, regole, rispetto) in modo naturale, permettendo di apprendere valori come impegno, fiducia e fair play in un contesto stimolante e inclusivo.

E la dimensione ludica dello sport, molti bambini del passato la riscoprivano nella pratica di un gioco molto diffuso che è anche un pò uno sport: mazza e pivezo (anche detto ‘ppiuzo).

Mazza ‘e pivezo, è il nome in dialetto napoletano, ma in italiano si chiama Lippa (anche detto Ciàncol, Bachin, Nizza, a seconda del luogo). E’ un gioco popolare antichissimo, diffuso dal Mediterraneo occidentale all’India, forse arrivato in Europa nel XV secolo. Viene considerato alla stregua di uno sport popolare e, periodicamente, se ne disputano tornei regionali. Il termine “lippa” viene utilizzato per descrivere qualcosa di particolarmente veloce (ad esempio, «andar veloce come una lippa»). Noi napoletani amiamo personalizzare certi giochi, ribattezzandoli in dialetto: così la Lippa è diventata “Mazza e pivezo”.

Il gioco è fatto con due pezzi di legno, generalmente ricavati dal manico di una scopa, uno di circa 15 centimetri di lunghezza, con le due estremità appuntite chiamate ‘o pivezo, l’altro lungo circa mezzo metro, ‘a mazza. La tecnica consiste nel colpire con il pezzo lungo (‘a mazza), quello piccolo (‘o pivezo), sulla punta per sollevarlo in aria e colpirlo, con forza,  una seconda volta per lanciarlo  veloce, lontano il più possibile, con regole di squadra che prevedono battuta, difesa e punteggio basato sulla distanza.

Per certi versi simile al baseball, sport nazionale USA (pensiamo solo alla meraviglia dei militari americani del Secondo Dopoguerra che, a migliaia di chilometri da casa, vedevano gli scugnizzi partenopei praticare un gioco simile al loro preferito) benché quest’ultimo si faccia derivare dal britannico – irlandese Rounders, tutte queste discipline (compreso l’albionico cricket) sembra trovino un antenato illustre.

Infatti, in un prezioso ed antico manoscritto datato 1344, redatto in Francia, vengono riportate scene di un gioco praticato con mazza e palla  da monaci transalpini!

Qualche lettore più anziano (come lo scrivente), forse, avrà gli occhi lucidi, perché ha rivissuto qualche momento del suo passato, mentre ai giovani sembrerà roba da “preistoria”: eppure erano tempi in cui la gente aveva meno, ma era senz’altro più serena e felice.