Sara Simeoni: l’incantesimo di un magico salto nel vuoto.
Oltre i due metri, dove l’aria si fa sottile: la storia di Sara Simeoni per “Chiedimi chi era” di Anna Albano. Un viaggio tra la fragilità umana e quella fiducia radicale che ha ridefinito lo sport femminile, insegnandoci che saltare è, prima di tutto, un atto di libertà.

Il paradosso di un salto nel vuoto
Tentare di raccontare chi sia stata Sara Simeoni è un esercizio di ammirazione che sfiora il paradosso: è come descrivere un salto nel vuoto di due metri restando immobili, con i piedi ben piantati a terra. La differenza, sottile ma vertiginosa, è che lei in quel vuoto ha saputo abitare con la grazia di una libellula, mentre noi restiamo qui, ancorati alla gravità, a domandarci come sia possibile trasformare una legge naturale in un dettaglio trascurabile. Non è solo la cronaca di una campionessa; è la storia di una donna che ha reso l’altezza una forma di poesia.
Dalla danza classica al palcoscenico di tartan
Nata a Rivoli Veronese nel 1953, Sara portava in sé un’armonia fisica che sembrava destinata alla danza classica. Un metro e settantotto di eleganza flessuosa, una postura naturale che suggeriva leggerezza più che forza bruta. Eppure, il suo sguardo cercava ciò che ancora non esisteva oltre l’asticella. Quando le scarpette da ballo divennero troppo strette per la sua statura e le sue ambizioni, il tartan divenne il suo palcoscenico e l’asticella il suo interlocutore silenzioso: a tratti un giudice severo, a tratti una complice nel superamento di sé.
L’eresia del Fosbury: una fiducia radicale
L’adozione dello stile Fosbury — che negli anni Settanta appariva quasi come un’eresia tecnica, un modo “sbagliato” di affrontare l’altezza — non fu per lei una semplice scelta atletica: fu una sfida proibita oltre che una dichiarazione d’intenti. Dare le spalle all’asticella significava affidarsi all’ignoto, accettare la cecità del gesto, credere che il corpo potesse trovare una strada sicura anche quando lo sguardo non la vedeva più.
Simeoni ha incarnato una forma di fiducia radicale: saltare non era solo superare un limite fisico, ma interrogare l’umano per capire fin dove ci si potesse spingere prima della caduta.
Tra l’estasi del successo e il baratro della caduta
Nel leggere la sua autobiografia, Una vita in alto, curata con estrema sensibilità da Marco Franzelli, emerge una verità che spesso sfugge alle narrazioni celebrative: Sara Simeoni non è una figura statica da poster, bensì un equilibrio precario tra l’estasi del successo mondiale e il baratro della delusione sportiva. Il salto è in realtà il frutto di una frattura interiore. Lei stessa lo definisce come la “parabola che l’ha fatta sorridere e piangere”.
In matematica, ogni parabola implica una caduta; nello sport, ogni ascesa porta con sé la cicatrice della discesa. È questa consapevolezza del fallimento a renderla umana: una donna sospesa tra il volo e il fango, tra l’estasi di un 2,01 metri e la paura di schiantarsi.
La sfida lucida alla vulnerabilità umana
Se nel linguaggio comune il ‘salto’ è sinonimo di spensieratezza, per l’atleta d’élite esso rappresenta un rischio calcolato, un consapevole ‘salto nel buio’. La vera grandezza di Sara Simeoni risiede proprio qui: nella determinazione di oltrepassare i propri limiti e nella rigorosa volontà di assecondare un desiderio ancestrale. Quello di staccarsi dal suolo per sottrarsi, anche solo per un istante, al peso dell’esistenza. Sara ha trasformato un’aspirazione primordiale in un metodo scientifico, facendone il proprio destino manifesto.
Il legame con Erminio Azzaro: un amore oltre l’asticella
Il suo percorso non può essere pienamente compreso senza la presenza di Erminio Azzaro. Quella che iniziò come una relazione tra allieva e maestro si trasformò col tempo in una simbiosi profonda. Azzaro non fu soltanto l’allenatore che la guidò verso il leggendario record mondiale del 1978 a Brescia; fu il suo punto di equilibrio nei momenti di disgregazione psicologica, la voce calma che le restituiva la misura del mondo quando l’asticella sembrava trasformarsi in un confine psicologico invalicabile. Insieme hanno costruito una forma di amore che nasce dalla condivisione del rischio.
La scelta controcorrente dell’insegnamento
Dopo il ritiro dalle competizioni nel 1986, Sara Simeoni ha scelto una via decisamente controcorrente rispetto alle stelle dello sport odierno. Ha preferito la discrezione quasi monastica dell’insegnamento, diventando docente di scienze motorie nelle scuole. Questa scelta rivela una coerenza d’altri tempi poiché trasmettere ai giovani non solo la tecnica di una rincorsa, ma l’etica del sacrificio e dello sforzo costante, significa restituire allo sport la sua dimensione formativa e civile.
Oltre il pregiudizio: un atto simbolico di libertà
Quando Simeoni iniziò la sua scalata, l’atletica femminile era ancora prigioniera di un pregiudizio sottile e spesso umiliante: quello di essere considerata una versione accessoria rispetto alle “vere” imprese maschili. Ogni singolo salto di Sara è stato anche un atto simbolico di superamento. Non si trattava solo di alzare un’asticella di metallo; si trattava di ridefinire il senso dello sport per un’intera generazione di donne. La sua vera vittoria è stata dimostrare che il limite è solo un punto di domanda.
Sara ci ha lasciato la lezione più difficile: si può amare profondamente ciò che ci sfida e ci tormenta. È proprio in questa contraddizione mai risolta, che si nasconde la possibilità di elevarsi davvero. Resta un’icona che non ha mai smesso di appartenere alla terra, ma che ci ha convinti, per un istante lungo una vita, che restare quaggiù sia solo una scelta, non una condanna.
