Salernitana: la grande “moria delle vacche”, cronache di una catastrofe annunciata
La Salernitana ha visto dissolversi ogni barlume di speranza, in quella che verrà ricordata come la stagione più buia della sua storia.
Salernitana Stasera abbiamo assistito all’ultimo atto di una stagione disastrosa, con il Monza nei panni del carnefice e la Salernitana tragicamente inchiodata al ruolo di vittima sacrificale. La gestione tecnica della Salernitana di quest’anno ha richiamato alla mente la famosa lettera dei fratelli Capone in “Totò, Peppino e la Malafemmina”, per l’assurdità e l’ingenuità delle mosse in campo.
L’avventura di un disilluso Sousa
Il primo atto di questa commedia amara ha visto il portoghese Paulo Sousa, affidare le speranze offensive a Botheim, un’ombra errante in cerca di un ruolo. Una mossa disperata, vista la pochezza degli attaccanti a disposizione, che si è rivelata un fallimento epico, tanto che Sousa, in un ostinato tentativo di far funzionare l’infunzionabile, ha costretto la Salernitana a giocare in dieci. L’ansia di Sousa era palpabile. Egli aveva evidenziato ripetutamente l’esigenza di almeno sette nuovi innesti in ruoli chiave: “Abbiamo bisogno di rinforzi adeguati alla Serie A“. Queste parole, ignorate a loro tempo, ora risuonano come un monito trascurato.
Inzaghi e il suo ottimismo inconcludente
Non da meno, il suo successore, l’eternamente ottimista Pippo Inzaghi, ha seguito la stessa scia, perpetuando una strategia fallimentare facendo giocare la squadra in inferiorità numerica puntando sull’imbarazzante Simy e affidandosi su schieramenti super prudenziali anche contro l’Empoli.
Liverani: dalla padella alla brace
L’ultimo capitolo di questa saga disastrosa è stato scritto da Fabio Liverani, il quale, promettendo una rivoluzione, ha finito per ricalcare anche lui le orme dei predecessori, offrendo una versione ancor più caricaturale, se possibile. La sua gestione della partita contro il Monza è stata un capolavoro di non-senso, con scelte che hanno lasciato il pubblico tra l’incredulo e l’amareggiato. Il tecnico ha incarnato perfettamente l’immagine del marito che, pur di far dispetto alla moglie, si è castrato, privando la squadra di Dia, l’unico che, pur tra mille coturnie caratteriali, avrebbe potuto accendere una luce in questo tunnel oscuro. Il cambio Weissman-Tchaouna, poi, è stato la metafora perfetta di questa gestione: un tentativo di alleggerire ulteriormente un attacco già di per sé evanescente. Liverani ha lasciato il campo a testa bassa, un’immagine simbolica di una stagione in cui la Salernitana ha toccato il fondo, senza nemmeno l’illusione di poter riemergere. Sabatini, che aveva investito fiducia nel tecnico, si ritrova a fare i conti con la più cocente delle delusioni.
Le promesse mancate della società
Il pubblico di Salerno, fedele e passionale, ha assistito impotente a questo disfacimento, sospeso tra la rabbia e la disillusione. I tifosi, veri pilastri di questa comunità sportiva, si sono ritrovati a fare i conti con promesse svanite come fumo e sogni infranti. Il problema affonda le radici ben più in profondità, nella dirigenza, che aveva promesso una squadra più forte e che invece sta lasciando solo macerie. La gestione del mercato estivo, con De Sanctis nei panni di un inconcludente talent scout, ha lasciato il club a corto di calciatori veri, di quelli che sul campo fanno la differenza.
Salernitana, un futuro avvolto nella nebbia
La Salernitana, con questa ennesima sconfitta, non solo ha perso una partita, ma ha visto sfumare ogni speranza, in una stagione che resterà negli annali come la peggiore della sua storia, con l’assenza del patron Iervolino dalle tribune dell’Arechi a suggellare una resa che potrebbe essere scambiata per una ammissione di colpa. La comunità dei tifosi, lasciata a contemplare il naufragio delle proprie speranze, si trova ora a dover raccogliere i pezzi di un sogno infranto, nella speranza di giorni migliori all’orizzonte che, almeno al momento, non si intravedono.
