Ferrara, il murale e il referendum: quando il voto non ti piace

Ferrara si offende per un murale scelto dai tifosi. Ma Napoli non vota le coppe: vota le emozioni

Articolo di Vincenzo Imperatore24/03/2026

Scrivo solo oggi, all’indomani di un voto referendario, della questione Ferrara/Jorit. Non perché c’entri qualcosa con il Napoli, ma perché c’entra tutto con la democrazia. Il voto popolare ha una caratteristica fastidiosa: vale anche quando non ti piace. Anzi, soprattutto quando non ti piace. Può sembrare, quando non non vice, imperfetto, emotivo, a volte ingiusto. Ma resta l’unico modo che abbiamo per dire “decidiamo insieme”.

E allora il caso Ferrara–Jorit diventa improvvisamente più chiaro. Perché quel murale fuori allo stadio Maradona non è un trattato di storia, non è una commissione di esperti, non è un’Accademia della Crusca del pallone. È il risultato di una scelta popolare. Un sondaggio tra tifosi. Tradotto: un referendum emotivo.

Ciro Ferrara si è “risentito”. Letteralmente. E già questo basterebbe a spiegare tutto, perché a Napoli il sentimento è una cosa seria, così come il risentimento: è quella versione storta dell’amore che resta quando qualcosa si rompe e nessuno ha il coraggio di dirlo fino in fondo.

Il punto è semplice, quasi banale, ma evidentemente sfugge: quel murale non è una commissione accademica, non è un manuale di storia del calcio, non è una classifica per titoli vinti. È un atto popolare. Imperfetto, discutibile, magari anche ingiusto. Ma popolare. E quindi, per definizione, non oggettivo. Riguarda la singola soggettiva sensibilità del popolo.

Ferrara contesta la scelta, tira frecciate all’artista, parla di “sguardo non puro”, di “condizionamenti”. Traduzione: non gli torna il risultato. Succede. Capita anche nei sondaggi, nei referendum, nelle elezioni. Solo che qui non si elegge un presidente: si elegge un ricordo. E i ricordi, spiace dirlo, non si comandano.

Il problema non è Jorit. O almeno non nel modo in cui prova a raccontarlo Ferrara. Perché sostenere che Ciro Cerullo, nato nel 1990, sia “troppo giovane” per aver vissuto e compreso quegli anni è un argomento fragile. Anzi, peggio: è un argomento che cade appena lo si guarda. Se davvero la giovane età dell’artista fosse un limite, allora non si spiegherebbe come mai nel murale compaiano anche Zoff, Juliano e Bruscolotti, cioè uomini che appartengono a un Napoli ancora precedente a quello di Ferrara. Dunque il punto non è l’anagrafe di chi ha dipinto l’opera.

Il punto è che Jorit ha fatto quello che fanno tutti quando non vogliono prendersi la responsabilità: ha chiesto alla gente. Metodo discutibile? Certo. Ma almeno non ipocrita. Perché la verità è che nessuno avrebbe avuto il coraggio di scegliere “a tavolino” senza essere accusato di favoritismi. Così si è scelto il popolo. E il popolo, si sa, è meraviglioso finché dice quello che vogliamo sentirci dire.

Ferrara rivendica il suo essere “il napoletano più vincente della storia del Napoli”. Dato sicuramente corretto. E qui arriva il corto circuito: pensa che la storia sia una somma di trofei. Napoli, una parte preponderante di Napoli, invece, la storia la misura in brividi. 

Non è un caso se alcuni calciatori meno vincenti sono più amati di altri più titolati. Perché la memoria collettiva non è un archivio di dati. È un organismo emotivo, irrazionale, a volte anche ingiusto. Ma è quello che resta.

E resta anche quello che è successo dopo.

Ferrara non paga il trasferimento alla Juventus, tra l’altro non per colpa sua. Se fosse questo il criterio, nel murale non dovrebbe esserci nemmeno Zoff: nel ’75, con una parata su Juliano, tolse al Napoli di Vinicio forse uno scudetto. Napoli sa distinguere, sa anche perdonare, quando vuole. Il punto è un altro, molto meno comodo: è l’immagine che Ferrara ha costruito negli anni. Sempre misurato, sempre obiettivo, sempre democristiano. E proprio per questo, forse, mai davvero “dentro”.

Perché Napoli non chiede perfezione, chiede posizione. Chiede di sapere da che parte stai, senza diplomazie. “Napoli o Juventus?” non è una domanda filosofica, è una richiesta di identità. E rispondere “come scegliere tra mamma e papà” può essere intelligente, può essere equilibrato, può essere anche giusto. Ma non è napoletano.

Allo stesso modo, dire che la parte più bella della carriera è alla Juventus non è un errore. È una verità. Solo che Napoli non vive di verità oggettive: vive di verità emotive. E lì, Ferrara è rimasto sospeso. Né traditore, né simbolo.

Poi c’è l’immagine pubblica. Da opinionista, impeccabile. Mai sopra le righe, mai fazioso, mai sbilanciato. Un professionista perfetto. E infatti il problema è proprio questo: Napoli non ama i professionisti perfetti, ama quelli che si sporcano. Quelli che, anche sbagliando, fanno capire da che lato stanno. Basta vedere altri commentatori: c’è chi, metaforicamente, entra in studio già con la sciarpa addosso. Ferrara no. Sempre doroteo, anche emotivamente.

E alla fine, in una città che misura tutto con il metro dell’appartenenza, questa distanza si paga più di qualsiasi trasferimento

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